Occhio alla bufala

Mercanti di malattie

"C'è un sacco di soldi da fare se si convincono le persone sane che sono malate". Un insolito terzetto firma sul British Medical Journal un articolo che comincia con queste parole, sotto il titolo "Vendere malattie". I tre autori sono un giornalista, un medico di famiglia e un professore di farmacologia, tutti australiani, che hanno messo insieme le loro competenze e i loro strumenti di indagine per ricostruire minuziosamente un fenomeno poco conosciuto e sottovalutato: la mano segreta e i finanziamenti occulti delle società farmaceutiche dietro l'invadenza della medicina.

Senza pretese di sistematicità né di completezza, i tre fanno solo cinque esempi, ma per ciascuno forniscono dati, cifre, circostanze concrete e testimonianze.

Un documento riservato illustra il "programma di educazione" destinato a creare nei medici la percezione che il cosiddetto intestino irritabile (un misto di disturbi come stitichezza, diarrea e meteorismo) sia "una malattia credibile, comune e concreta". Ovviamente il programma faceva parte della strategia di marketing di un nuovo farmaco, il primo approvato dalla Food and Drug Administration americana per trattare una condizione che, per la sua frequenza e innocuità, è stata sempre considerata come una molestia benigna. Invece, secondo i piani del produttore, la sindrome avrebbe dovuto essere "fissata nella mente dei dottori e dei pazienti come uno stato di malattia significativo e a sé stante". Il piano è stato bruscamente interrotto dal ritiro del nuovo farmaco dal mercato, per la segnalazione di gravi effetti dannosi, anche mortali. Ma non è detta l'ultima parola: prima o poi un rimedio meno nocivo si troverà, e riprenderà il lavaggio del cervello per convincere medici e pazienti che un sintomo comune e insignificante è qualcosa di grave .

Lo stesso è stato fatto con la calvizie, che è diventata una questione seria da quando è saltato fuori un medicinale che fa ricrescere qualche capello: si è cominciato allora a parlare di difficoltà emotive, panico e traumi psichici indotti dall'essere calvi.

Anche i problemi personali e sociali diventano malattia, se si affaccia una pillola che può attenuarli: è il caso della fobia sociale, ovvero la timidezza, per la cui promozione sono stati spesi fiumi di danaro. La rivista britannica Pharmaceutical Marketing ha pubblicato una "Guida pratica" per gli addetti ai lavori, nella quale descrive il caso della fobia sociale come un successo nel creare una nuova entità clinica e insieme la convinzione della necessità di riconoscerla e curarla.

Il caso della rarefazione delle ossa (osteoporosi) è un esempio di come un fattore di rischio possa essere prima inquadrato come malattia, poi definito in modo tale da essere applicabile a falangi di persone in buona salute. L'Organizzazione mondiale della sanità ha fissato i criteri di normalità facendo riferimento alla saldezza delle ossa delle donne giovani, in modo tale che il naturale processo di invecchiamento sia visto come patologico. Su questa base "le attività promozionali sostenute dall'industria tentano di persuadere milioni di donne sane nel mondo a considerarsi malate", allo scopo di indurle ad assumere rimedi costosi che, in barba alla propaganda aggressiva, forniscono nel migliore dei casi solo vantaggi marginali.

L'apoteosi si raggiunge infine con l'impotenza, ribattezzata col termine più neutro di disfunzione erettile e gonfiata al rango di assillo universale. Secondo le cifre messe in giro da quando sono arrivati in commercio i farmaci specifici, addirittura 4 maschi su 10 incontrerebbero difficoltà a completare un rapporto sessuale.

Come scriveva già dieci anni fa Lynn Payer, autrice del libro "Disease mongers" e pioniera di questo genere di denunce, i venditori di malattie "divorano la nostra fiducia in noi stessi" e nella nostra capacità di far fronte alle normali difficoltà della vita, mentre ci inducono a diventare dipendenti da soluzioni esterne che tolgono responsabilità, oltre a essere costose (per il singolo e per la collettività) e potenzialmente dannose.

da Lettera a un medico sulla cura degli uomini, G. Cosmacini e R. Satolli, Laterza, 2003