Se i rischi del dolcificante li decide lo sponsor

Fonte
Browning L. New Salvo in Splenda Skirmish. New York Times, 23/09/2008

Non si placa la guerra tra Sugar Corporation e i produttori di dolcificanti artificiali negli Stati Uniti. Una lotta combattutta a suon di studi scientifici, denunce di diffamazione e processi in tribunale per accaparrarsi un mercato da centinaia e centinaia di milioni di dollari.
Oggetto dell'ultima puntata è uno studio della Duke University sul sucralosio, un dolcificante molto simile nell'aspetto ai cristalli di zucchero, ma pressoché privo di calorie e 600 volte più "dolce" del comune e vituperato saccarosio.

Secondo quanto si legge sul sito del Journal of Toxicology and Environmental Health, dove è apparso lo studio in attesa della pubblicazione in versione cartacea, Splenda (questo il nome commerciale del dolcificante negli Stati Uniti) contribuirrebbe all'obesità, distruggerebbe i batteri intestinali «buoni» e impedirebbe l'assorbimento dei farmaci assunti. Almeno nei topi, sui quali è stato sperimentato per dodici settimane.

Una questione non da poco e non solo oltreoceano: sebbene in Italia non sia ancora autorizzata la vendita in bustine (ma è possibile acquistarlo su internet), il sucralosio si trova infatti in migliaia di prodotti alimentari e farmaceutici, dai succhi di frutta ai biscotti dietetici ai farmaci per il colesterolo. La Comunità europea ha infatti autorizzato l'impiego dell'addittivo E955 (questo il codice tecnico) a partire dal 2004, sulla base delle ricerche condotte negli Stati Uniti.

E se, da un lato, l'associazione di consumatori Citizens for Health ha chiesto all'FDA di sospendere la commercializzazione in attesa di nuove prove e la catena «naturale» Whole Foods ha dichiarato ufficialmente di non vendere prodotti alimentari contententi sucralosio, dall'altro la casa produttrice, la McNeil Nutritionals (parte del gigante Johnson & Johnson) ha commentato in maniera laconica i risultati dello studio affermando che «non sono supportati dai dati» e che Splenda non causa aumento di peso e può essere usato come parte di una dieta sana.

A minare la credibilità dello studio, infatti, è la dichiarazione dei conflitti di interesse in calce: lo sponsor del trial è la Sugar Corporation, che con il sucralosio ha il dente particolarmente avvelenato. Da quando è apparso sul mercato negli Stati Uniti nel 1999, il sucralosio ha infatti conquistato da solo i due terzi del mercato dei dolcificanti, vale a dire un giro d'affari da un miliardo e mezzo di dollari, e ha contribuito in maniera significativa al calo delle vendite dello zucchero.

A differenza dell'aspartame o della saccarina, infatti, Splenda ricorda molto nell'aspetto e nel sapore lo zucchero comune, il saccarosio, tanto che lo spot utilizzato dalla McNeil Nutritionals fino a qualche tempo fa recitava: "Made like sugar, so it tastes like sugar". E' facile immaginare quanto il paragone fosse andato di traverso ai produttori dello zucchero, che nel 2004 citarono in giudizio la McNeil per pubblicità ingannevole.

Il processo di derivazione del sucralosio prevede infatti l'utilizzo di saccarosio, ma di quest'ultimo non c'è traccia nella bustina di Splenda che si compra al supermercato. La partita, allora, finì con la modifica dello spot in: "It's made from sugar. It tastes like sugar. But it's not sugar". E con la nascita di siti web di entrambe le fazioni impegnati a convincere i consumatori di quanto sia pericoloso o salutare il sucralosio.

I risultati dello studio della Duke University sarebbero dunque l'ennesima carta giocata da una delle due parti? Per farsi un'idea basta considerare che pochi mesi fa in un processo per diffamazione ancora in corso (questa volta contro i magnati dello zucchero), un giudice federale di Los Angeles stabilì che la Sugar Corporation non potesse usarli come prove contro Splenda e che non potesse chiamare a testimoniare i ricercatori della Duke.
Questi ultimi si difendono sostenendo di non essere stati influenzati in nessun modo, affermazione ribadita anche dai legali della Sugar Corporation, che hanno tuttavia ammesso di aver cercato gli esperti della Duke University, di averli incontrati e di aver discusso i dettagli della ricerca prima di finanziare lo studio. E anche sull'importo del finanziamento non è dato sapere.

Ma allora il sucralosio fa bene o fa male? Dai dati dell'FDA non emergerebbe alcun rischio, ma visti i precedenti dell'ente regolatore americano è legittimo avere un ragionevole dubbio. Diffidando, per cominciare, di quanti lo descrivono come un dolcificante naturale derivato dallo zucchero e, nell'attesa di nuovi studi davvero indipendenti, ricordando che il limite si sicurezza è fissato a 15 milligrammi per chilogrammo di peso al giorno.

Bibliografia
J Toxicol Environ Health A 2008; 71: 1415

Simona Calmi

Ultimo aggiornamento 25/11/2008

Inserito da Simona Calmi il Mar, 25/11/2008 - 12:34