Gli alti e bassi del vaccino per l'epatite B

Fonti
Ascherio A et al. N Engl J Med 2001; 344: 327
Hernán MA et al. Neurology 2004; 63: 838
Beeching JN. BMJ 2004; 329: 1059

Nel 1998 era stato avanzato a livello internazionale il sospetto che il vaccino contro l'epatite B inducesse, sia pur raramente, l'insorgenza della sclerosi multipla. All'epoca, per esempio, il governo Francese (diversamente da altri, tra cui l'Italia) aveva deciso di interrompere il programma di immunizzazione nelle scuole (avviato in quel paese nel 1995) perché le autorità sanitarie d'oltralpe stimavano che gli ipotetici rischi collegati alla vaccinazione superassero i benefici.

Successivamente, nel 2001, una ricerca pubblicata sul New England Journal of Medicine concludeva che "non esiste alcun legame tra vaccinazione antiepatite B e insorgenza di sclerosi multipla", quindi riposizionava la bilancia a favore della vaccinazione.

A distanza di tre anni, nel settembre 2004, sulla rivista Neurology è comparsa una nuova ricerca che afferma nuovamente l'esistenza di un legame tra la vaccinazione contro l'epatite B e l'aumento del rischio di ammalarsi di sclerosi multipla. Lo studio, condotto in Gran Bretagna, ha identificato i pazienti che hanno ricevuto la diagnosi di sclerosi multipla tra il gennaio 1993 e il dicembre 2000. Il 6,7 per cento delle persone affetta da sclerosi multipla era stata vaccinata dall'epatite B, contro il 2,4 per cento dei soggetti nel gruppo di controllo (i soggetti sani): entro tre anni dalla vaccinazione risulta triplicata la probabilità di avere i primi sintomi di quella grave malattie neurologica, che fortunatamente è rara e quindi il rischio resta piccolissimo. Nessun incremento del rischio di sclerosi multipla era associato con le vaccinazioni del tetano e dell'influenza.

Secondo un editoriale pubblicato nel novembre 2004 dal British Medical Journal, la vaccinazione contro l'epatite B, giudicata estremamente sicura e unica arma per prevenire il contagio e le malattie che ne conseguono, dovrebbe essere estesa a tutti gli abitanti del Regno Unito, dove si contano 4.500 casi di epatite acuta, che necessitano di cure costose ma di scarsa efficacia.

Un prossimo studio darà una risposta ancora diversa ai timori dei genitori? E' l'ultima ricerca in ordine di tempo a mettere la parola fine? No. E' l'insieme dei dati disponibili che deve guidare la valutazione.

L'ultimo studio non cancella i risultati dei precedenti e non chiude necessariamente una discussione. Gli stessi autori dell'articolo di Neurology dichiarano che «non bisogna mettere in dubbio i benefici del vaccino contro il virus dell'epatite B che uccide 5.000 persone ogni anno solo negli USA». Anche questa ricerca, come le precedenti, ha punti di forza e di debolezza. Per cui si dovrà tener conto del quadro complessivo e poi valutare il da farsi, probabilmente, regione per regione. In Italia, che è considerata un paese a endemia intermedia e in cui la frequenza di portatori cronici è compresa tra il 2-3 per cento della popolazione generale, grazie al vaccino, obbligatorio dal 1991, i casi di epatite B negli ultimi venti anni sono scesi da 12 a 2 per 100 mila abitanti. Solo dove il virus circola pochissimo si potrebbe considerare l'opportunità di non vaccinare più.

Sergio Cima, Roberto Satolli

Ultimo aggiornamento 24/11/2004

Inserito da redazione il Mer, 24/11/2004 - 01:00