Salute, questione di buona educazione

Chi educa alla salute? Chiunque esso sia non riesce a fare un buon lavoro visto che è credenza diffusa che la salute dipenda in gran parte dal sistema sanitario e dall'assistenza che esso offre. Al contrario solamente il 10 per cento di essa dipende dalle buone cure, il 30 è determinato dalla predisposizione genetica, il 15 dalle circostanze sociali, il 5 dall'esposizione ambientale e ben il 40 dai comportamenti individuali, fra i quali in primo luogo l'abitudine al fumo, l'attività fisica e l'alimentazione (e, di conseguenza l'eventuale obesità). Questi dati – pubblicati alcuni mesi fa sul New England Journal of Medicine – sono relativi alla situazione statunitense, ma si possono sostanzialmente applicare anche alla nostra realtà (a parte il capitolo riguardante gli incidenti correlati alla diffusione delle armi da fuoco).

Se tanta parte del nostro benessere dipende da scelte di vita quotidiana, la prevenzione e l'educazione alla salute devono diventare una questione centrale per tutte le figure che ruotano professionalmente attorno a essa.
Una fotografia dell'attuale situazione italiana è offerta dal recente Rapporto Sanità 2008 – L'educazione alla salute, presentato a una recente tavola rotonda a cui hanno partecipato medici, giornalisti ed esperti di comunicazione.

«Se la nostra società vuole far guadagnare salute alla popolazione deve identificare gli individui che non hanno accesso, per problemi di ordine economico, culturale, relazionale, all'informazione, cui spetta il ruolo fondamentale per l'educazione»,  osserva Paolo Rozzini, del Centro studi sull'organizzazione sanitaria dell'Università cattolica del Sacro cuore di Brescia.

In una società in cui la scuola non dedica praticamente spazio alla salute e i comportamenti delle persone sono fortemente plasmati dai messaggi dei mass media, questo richiamo appare fondato, ma è ben lontano dall'essere sufficiente, anche  perché - come sottolinea Riccardo Renzi, responsabile di Corriere salute, l’inserto di medicina del Corriere della sera - compito del giornalista non è quello di educare, ma di informare cercando di far sì che «la comunicazione di salute torni a puntare sui messaggi positivi non stupidamente ottimistici e tanto meno miracolistici, ma basati sulle speranze concrete sui risultati possibili, sulle promesse che la medicina può onestamente mantenere».

Secondo un’indagine Censis-Forum per la ricerca biomedica è in atto un progressivo slittamento delle principali fonti di informazione sanitaria a cui ci si affida. Il medico di famiglia è la fonte principale d'informazione per  il 66 per cento del campione ma nel 2003 lo era per il 72,  una flessione tanto più significativa se si considera che nello stesso arco di tempo è quasi raddoppiata l'influenza delle trasmissioni televisive (passata dal 22,8 al 43,2 per cento) ed è quasi quadruplicata quella di Internet (dal 2,8 al 13,1).
Di per sé la moltiplicazione delle fonti di informazione è un bene, ma può aprire anche le porte a situazioni di conflitto. «Internet, per esempio, si rivela molto utile per l'informazione ai malati», sottolinea Renzi, «ma svolge un ruolo pericolosamente incontrollato di second opinion e non appare per ora uno strumento incisivo nella prevenzione perché troppo frammentato, confuso e contraddittorio».

La situazione è resa ancor più complessa dal fatto che nell'ambito della popolazione si riscontrano forti disuguaglianze che si ripercuotono sulla gestione della propria salute, differenze di carattere strutturale, economico, sociale e soprattutto culturale: queste differenze, ha osservato Carla Collicelli, vicedirettore della Fondazione Censis, dipendono soprattutto «dalla capacità di ricevere ma anche di richiedere le informazioni giuste, dalla carenza di feedback e dalla mancata integrazione dei fattori, anch'essa legata ai fattori comunicativi. Tanto che sarebbe quanto mai utile poter contare sull’istituzione di un vero e proprio Osservatorio della qualità della comunicazione e dell'informazione che operi valutazioni sistematiche e a lungo termine sull'efficacia della comunicazione prodotta e sui relativi risultati».

Bisogna tuttavia evitare, ha osservato Marco Trabucchi, ordinario della Facoltà medica dell'Università di Roma Tor Vergata e co-autore del Rapporto, di cadere in una prospettiva orwelliana per puntare sulla creazione di «forti capacità di autonomia psicologica e culturale, frutto di modalità educative che mettano al centro la libertà». In questo quadro un nuovo ruolo può essere assunto dagli stessi medici anche attraverso un cambiamento dei loro percorsi di formazione: attualmente, infatti, nelle università non viene dato sostanzialmente alcun rilievo alla narrative medicine, ossia al momento della comunicazione della medicina, pur subordinato a quello della evidence based medicine. Eppure l'efficacia di quest'ultima, specie per quanto riguarda la prevenzione, passa per la prima.

Bibliografia
Gensini GF et al. Rapporto Sanità 2008 – L'educazione alla salute, pubblicato dalla Fondazione Smith Kline. Bologna: il Mulino, 2008.

Gianluca Bruttomesso

Inserito da redazione il Mar, 02/09/2008 - 16:00