Dottore, metta lei una buona parola!

Fonti
BMJ 2008 336: 1402
JAMA 2008 299: 2893

Chi sono i key opinion leaders? Sono medici specialisti che grazie alla loro opinione autorevole danno credibilità a un farmaco oppure figure di indubbia fama reclutate dalle aziende allo scopo di dare notorietà a un prodotto?
Per sviluppare un nuovo farmaco un’azienda farmaceutica investe somme ingenti ed è quindi indispensabile che questi costi vengano recuperati nel più breve tempo possibile dopo la commercializzazione. Perché questo avvenga, il farmaco deve essere lanciato sul mercato. I farmaci sono perciò oggetto di una intensa campagna promozionale presso la classe medica attraverso articoli su riviste scientifiche, conferenze, workshop o altri eventi formativi ai quali prendono parte i cosiddetti «key opinion leaders». La forte spinta verso il profitto rischia però di far diventare i farmaci un prodotto di mercato, gli eventi formativi delle sponsorizzazioni e i key opinion leaders poco più che semplici venditori.
In un recente articolo del British Medical Journal, Richard Tiner, direttore medico dell’Associazione degli industriali nel settore farmaceutico, afferma che le aziende reclutano specialisti affermati e di esperienza, valutandoli come un investimento e dichiara «nel momento in cui queste persone ricevono una retribuzione, sono a tutti gli effetti impiegati dell’azienda».
In un’intervista pubblicata sempre su BMJ, Kimberly Elliot, che per venti anni ha lavorato in questo ramo aziendale negli Stati Uniti, spiega: «noi misuriamo continuamente il ritorno del nostro investimento sulla base delle prescrizioni prima e dopo la presentazione fatta da un opinion leader e se il relatore non ha avuto l’impatto che l’azienda si attendeva, non verrà più invitato».
Gli incentivi a svolgere un «buon lavoro» certo non mancano. La British Medical Association, per esempio, stabilisce che per la partecipazione a uno studio, vanno corrisposte almeno 250 euro per ogni ora di lavoro. Secondo quanto afferma Kimberly Elliot, alcuni medici vengono pagati fino a 1.600 euro per la lettura di presentazioni preparate e fornite dall’azienda.
Con queste premesse è difficile non domandarsi come un opinion leader possa non fare gli interessi della casa farmaceutica che lo ha ingaggiato.
I pareri sono contrastanti, nell’articolo del BMJ viene data voce a due opinioni di segno opposto.
Secondo Giovanni Fava, psicologo clinico e medico dell’Università degli studi di Bologna, il rischio di questo conflitto di interessi è chiaro: se per promuovere un determinato farmaco vengono omessi alcuni dati dando più spazio ai risultati positivi che a quelli negativi, non si potrà avere un quadro completo della sua reale sicurezza; le decisioni dei medici, basate su questi articoli, non potranno essere accurate e questo potrebbe portare alla prescrizione irrazionale di farmaci potenzialmente tossici.
Esemplare è il caso del refecoxib, farmaco antinfiammatorio la cui potenziale tossicità per il cuore emerse solo dopo la commercializzazione.
Perché quindi non tagliare i ponti tra medici e aziende? Impossibile: eliminare il conflitto di interessi di tipo economico non è facile anche perché il legame tra ricercatori e industria è indispensabile per entrambi. L’industria ha bisogno di ricercatori che possano produrre nuove idee, trasformarle in farmaci e garantirne la sicurezza per il commercio, i ricercatori hanno bisogno di fondi.
Charlie Buckwell, amministratore delegato di un’agenzia di comunicazione multinazionale, sostiene anzi che la collaborazione è benefica: «medicina e industria hanno entrambe un ruolo importante nello sviluppo e mantenimento delle cure mediche.Un’azienda farmaceutica non avrebbe alcun interesse a mettere sul mercato un prodotto usato in modo non corretto o sui pazienti sbagliati», sottolineando che il ruolo di un opinon leader è di fornire analisi critiche e line guida ai medici proprio per posizionare in modo appropriato un farmaco nella pratica clinica.
Al contrario, Giovanni Fava sostiene che eliminando il conflitto di interesse, la comunità scientifica potrebbe rappresentare un bacino di esperti che in modo del tutto indipendente potrebbe dare indicazioni sui farmaci e sottolinea: «il problema è che non c’è abbastanza ricerca indipendente e che gli spazi della ricerca accademica si stanno sempre più erodendo. Le dimensioni del giro di affari dell’industria farmaceutica sono tali da rendere impensabile sviluppare farmaci fuori da essa».
Un modo per poter controllare il fenomeno potrebbe essere attuabile con la dichiarazione di ogni potenziale conflitto di interesse da parte dell’opinion leader e la disponibilità a rendere noti i risultati qualunque essi siano (la cosiddetta «disclosure»). In questo modo si potrebbe avere una ricerca trasparente senza eliminare il rapporto di collaborazione tra ricercatori e industria che rimane pur sempre un elemento vitale del sistema. Sebbene la politica di disclosure sia adottata da un numero sempre crescente di riviste, non sembra comunque essere seguita fino in fondo pur essendo il requisito minimo affinché ci sia credibilità scientifica.
Molti autori inoltre, da quanto è emerso in uno studio pubblicato sul Journal of the American Medical Association, non denunciano il conflitto di interessi pensando di non essere influenzati o influenzabili e vedono la politica della disclosure come un affronto alla loro integrità e alla loro etica professionale. I risultati dello studio illustrato da JAMA, non sembrano però dar loro ragione, sottolineando che la capacità di giudizio professionale riguardante un interesse primario (tossicità di un farmaco, salute di un paziente), può essere influenzata da un interesse secondario (guadagno economico, vantaggio personale) soprattutto quando non esplicitamente dichiarato. Inoltre anche la semplice affermazione di un possibile conflitto di interesse, ovvero la disclosure, potrebbe essere controproducente andando a influenzare negativamente il lettore che, secondo i loro risultati, sarebbe portato a sopravvalutare l’influenza che il rapporto industria farmaceutica-ricercatore può aver avuto sui risultati della ricerca.
Questo non significa che si debbano chiudere gli occhi e far finta che il conflitto di interesse non esista ma piuttosto bisogna considerare che la disclosure, come sottolinea Fava: «è il primo passo essenziale ma tuttavia non si può pensare che sia sufficiente, anche nella forma più completa».
Occorre quindi alzare il tiro e pensare a provvedimenti più ambiziosi, Fava ne suggerisce alcuni:

  • la formulazione di specifiche regole per l’integrità della scienza da parte delle università e delle agenzie finanziatrici;
  • la creazione di comitati revisori indipendenti;
  • una maggiore informazione da parte delle associazioni del consumatore.

Conclude Fava: «è altresì fondamentale che non siano in pochi a condividere le idee critiche e che ai ricercatori indipendenti venga offerto un sostegno con finanziamenti pubblici e la possibilità di avere ruoli chiave nelle società scientifiche», sottolineando l’importanza di saper riconoscere e apprezzare un’informazione indipendente rigettando invece quella sponsorizzata e di parte.

Marzia Pesaresi

Inserito da Marzia Pesaresi il Mar, 02/09/2008 - 12:05