Errori in sanità: un progetto per ridurli al minimo

In Italia ogni anno vengono ricoverate 8 milioni di persone e di queste, secondo i dati del Rapporto Rischio Sanità del Cineas del Politecnico di Milano, circa il 4% (320.000 cittadini) subisce danni causati da errori o disservizi. Aumentano conseguentemente le cause contro ospedali e la Commissione Sanità del Senato ha deciso di istituire nel 2007 una Commissione d'inchiesta sul Servizio Sanitario con lo scopo di acquisire tutta la documentazione e approfondire la questione individuando le maggiori criticità e gli eventuali interventi urgenti da adottare nel caso di gravi anomalie.
In Italia, secondo il Tribunale del Malato, le domande di risarcimento sono in crescita per poca qualità del trattamento (42,3%), violazione dei protocolli (21,9%), errore di valutazione (16%), trattamento ritardato (8,3%), terapia inappropriata (6,5%), dosaggio errato del farmaco (2,9%) e farmaco inappropriato (2,1%). Il fenomeno dell'errore in corsia non è limitato all'Italia. Alcuni dati: in Europa le sole denunce relative ai casi ortopedici toccano lo 0,7% del complessivo carico giudiziario. Negli USA, tra il '97 e il 2002 l'aumento dei premi assicurativi è passato dal 36% al 113%.

Colpa di operatori sanitari distratti? In realtà è possibile sostenere con buona ragione che l'errore umano è spesso ha origine in un sistema generale che poco fa per ridurre il rischio che questi errori accadano.

Gli ospedali si stanno organizzando per migliorare il livello delle prestazioni. Il 28% delle aziende sanitarie ha infatti creato un'unità di gestione del rischio clinico e uno spazio sempre crescente viene dedicato alla formazione del personale. Per esempio l'Istituto europeo oncologico di Milano e l' l'Istituto mediterraneo per i trapianti e terapie ad alta specializzazione di Palermo hanno reso pubbliche le rispettive iniziative e mentre il primo punta su corsi di aggiornamento periodici, il secondo utilizza il training virtuale.

Un progetto ad hoc è stato messo a punto anche dall'Ospedale di Verona.
Il progetto, spiega Gabriele Romano, professore ordinario di Igiene della Facoltà di Medicina dell'Università di Verona, e direttore del Master di gestione del rischio e sicurezza del paziente, «nasce dalla valutazione di elementi che compongono il profilo del rischio di errore e degli eventi avversi in ambito sanitario. Ci sono componenti organizzative, relazionali (ad esempio di comunicazione operatore-paziente, familiare-operatore) e componenti di tipo umano. In questo profilo generale alcuni aspetti sono rilevanti per la ricerca: uno è relativo alle dinamiche con cui i rischio si concretizza in un evento avverso, che determina cioè un danno al paziente. Una componente di tipo organizzativo riguarda il modo in cui le strutture sanitarie preparano il personale a gestire i rischio stesso. Una cosa interessante e poco conosciuta è la valutazione di alcuni aspetti dai quali è nato questo specifico progetto: la valutazione della cultura della sicurezza - cioè come gli operatori percepiscono gli aspetti relativi alla sicurezza del paziente e come si sviluppa un buon clima sulla sicurezza; l'atteggiamento dell'organizzazione sanitaria nei confronti dell'operatore che incorra in modo attivo in un errore, determinando un evento avverso e un danno al paziente». In altre parole se la cultura della sicurezza è radicata a tutti i livelli, quando l'errore si verifica l'atteggiamento non sarà punitivo, ma di sostegno alla valutazione della causa dell'errore e all'operatore stesso. Il danno infatti è doppio perché determina effetti negativi da un lato sul paziente e i suoi familiari e dall'altro sull'operatore.
«Obiettivo del nostro progetto», aggiunge Romano, «è proprio la valutazione dell'impatto emotivo dell'errore sull'operatore per mettere a punto strumenti di sostegno per l'operatore. Se così non avviene infatti all'operatore può risentire di effetti molto negativi anche a lungo termine».

Ma perché un errore è difficile da affrontare da parte dell'operatore? Perché si può trasformare in un'esperienza traumatica? Per l'operatore coinvolto nel processo che porta all'errore quali sono le conseguenze all'interno della struttura ospedaliera? «Emerge un forte senso di colpa», spiega Romano, «anche immotivato, perché vi è un riflesso forte della propria immagine nell'errore, anche maggiore rispetto alla propria reale responsabilità. Questo è tanto più vero quanto più c'è una cultura della sicurezza di basso livello che tende a colpevolizzare e giudicare più che a capire, ad indicare la persona come unico responsabile dell'errore. Questo può portare anche a forme di depressione anche gravi».

Come ovviare allora a questa situazione? «Per cercare di risolvere il problema e far sì che si riduca il rischio», dice Romano, «che si verifichi un errore è necessario comprendere qual è la percezione dell'errore da parte degli operatori. Abbiamo così messo a punto un sistema di rilevazione attraverso questionari e interviste assolutamente anonime, per valutare sistematicamente gli eventi avversi o i "quasi-eventi", cioè quelle circostanze che hanno beneficiato di particolari circostanze che hanno impedito il loro verificarsi. A livello più generale dobbiamo favorire la segnalazione spontanea di questi eventi e un'analisi dinamica proattiva, che permetta di analizzando le situazioni a freddo per verificare i possibili punti critici. Saranno gli operatori stessi a indicare la necessità di essere aiutati a capire la causa dell'errore e a identificare la soluzione per evitare che questo si verifichi nuovamente. Fattore importante è inoltre la possibilità per l'operatore di parlare con il paziente e coi suoi familiari. Paradossalmente - chiosa - sono proprio i pazienti che vorrebbero potersi interfacciare con l'operatore, piuttosto che con il portavoce dell'ospedale».

Seduti di fronte al proprio medico bisogna ricordarsi che in qualsiasi professione l'infallibilità non esiste. Sbagliare diagnosi, terapia o prognosi è più frequente di quello che si pensa e che paradossalmente anche il medico è una delle vittime dell'errore per dinamiche che non si riescono a controllare e che esitano in un trauma emotivo, relazionale e professionale. E' necessario quindi comunicare apertamente col curante, esprimendo le perplessità e facendo domande. Senza temere di risultare molesti e con la convinzione di aver già ridotto il rischio di errore.

Gabriele Rebuscelli

Gabriele Rebuscelli

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Inserito da Gabriele Rebuscelli il Mer, 07/05/2008 - 14:17

Mal pratica dei periti

“Fattore importante è inoltre la possibilità per l'operatore di parlare con il paziente e coi suoi familiari”. C’è anche un altro fattore importante ed è la possibilità dell’operatore di discutere con il perito medico legale firmatario della relazione avversa (possibilità contemplata nel d.lg.c.p.s. 13 Settembre 1946, n. 233, art. 3, comma g. Principale funzione degli Ordini!!). E' giunto il momento di considerare, nel panorama della responsabilità professionale medica, non solo le classiche figure professionali del chirurgo, dell’ostetrico, dell’anestesista, del radiologo.. ma anche quella del perito medico-legale.