Dottore, parliamo di ipertensione?

Fonte
Schroeder K et al. Improving adherence to drugs for hypertension. BMJ 2007, 335, 1002

Essere ipertesi, si sa, significa diventare i migliori amici del proprio farmacista. Come tutte le malattie croniche, infatti, anche l’ipertensione comporta l’assunzione costante di farmaci che di solito accompagnano il paziente per tutta la vita.
Per tenere sotto controllo la pressione alta, la cosa più importante è proprio la costanza: tutti i medici raccomandano ai loro pazienti di seguire diligentemente la cura consigliata, e di non interromperla neppure se sembra di essere «guariti». Ma questo non sempre basta. L’aderenza al trattamento per le malattie croniche come l’ipertensione, infatti, rappresenta un vero problema sanitario su scala internazionale: basti pensare che nei cosiddetti paesi «ricchi» solo 1 malato cronico su 2 segue correttamente la cura, mentre nei paesi «in via di sviluppo» la percentuale di aderenza al trattamento è ancora più bassa.
Cosa fare, dunque, per migliorare questa situazione? La soluzione potrebbe essere più semplice di quanto si pensi: tutto starebbe nel migliorare la comunicazione medico-paziente, almeno secondo un recente studio anglo-pakistano pubblicato sul British Medical Journal.

Medici a lezione di buona comunicazione

Nella città pakistana di Karachi, i ricercatori hanno invitato i medici di famiglia di 6 comunità a tornare sui banchi di scuola. Per l’esattezza, questi camici bianchi sono stati invitati a partecipare a una giornata «full immersion» sul tema dell’ipertensione, in cui sono stati affrontati tutti gli aspetti della malattia e del suo trattamento, con una particolare attenzione rivolta alle strategie di comunicazione con il paziente.
A sei mesi di distanza, i ricercatori hanno reclutato 200 pazienti ipertesi ultra-quarantenni che già venivano trattati con farmaci anti-ipertensivi. Cento di questi sono stati affidati alle cure «speciali» di 36 medici che avevano partecipato all’addestramento, mentre gli altri cento sono stati seguiti in maniera tradizionale da altri 42 medici.
Nel corso di sei settimane, l’aderenza al trattamento farmacologico di ciascun iperteso è stato valutato usando un particolare dispositivo elettronico, capace di monitorare esattamente quante dosi prescritte venivano realmente assunte dal paziente.
I risultati ottenuti alla fine dell’esperimento parlano chiaro: l’aderenza al trattamento è stata significativamente più alta (+50%) nel gruppo affidato alle «cure speciali» dei medici che avevano seguito il corso, e questo ha portato nei pazienti alla diminuzione sia della pressione minima che di quella massima. Secondo i ricercatori, determinante è stata la spiegazione, fornita dal medico al paziente, circa lo scopo che si voleva raggiungere con l’uso dei farmaci. Ma questo non è stato l’unico fattore influente. Si è infatti osservato che l’aderenza era più alta nei soggetti che credevano maggiormente negli effetti dei farmaci, in quelli che avevano un livello di istruzione più elevato e in coloro che erano supportati da familiari che li incoraggiavano nel seguire le istruzioni del medico.

Due chiacchiere salutari

Secondo Knut Schroeder, medico ed editorialista del BMJ, i risultati ottenuti dallo studio possono definirsi «incoraggianti», visto che il Pakistan è un paese dove l’ipertensione è molto diffusa e la pressione sanguigna viene controllata relativamente poco.
La ricerca, secondo Schroeder, «è importante perché si tratta di un trial controllato e randomizzato, che usa un tipo di intervento pragmatico», cioè l’addestramento dei medici di famiglia attraverso un semplice pacchetto educativo. Un altro punto di forza sarebbe il monitoraggio elettronico delle dosi dei farmaci assunti, uno dei metodi più affidabili per valutare l’aderenza alla cura.
Come sottolinea Schroeder, però, lo studio presenta anche dei limiti. Innanzitutto utilizza un periodo di follow-up troppo breve (solo sei settimane), che non permette di capire se l’addestramento dei medici può portare dei benefici anche a lungo termine, «soprattutto considerato che il trattamento di questa condizione dura solitamente tutta la vita». Infine, lo studio non va ad approfondire quali siano gli aspetti dell’intervento che hanno aiutato di più l’aumento dell’aderenza.
In ogni caso, come sottolinea Schroeder, «i ricercatori hanno dimostrato che dare spiegazioni e comunicare con i pazienti può aumentare l’aderenza e migliorare il controllo della pressione sanguigna». Nei paesi in via di sviluppo, dove le risorse sono scarse, basterebbe quindi un minimo investimento sulla preparazione dei medici per avere un controllo adeguato di questa patologia sempre più diffusa. Ma il consiglio vale anche per i paesi più ricchi: una chiacchierata con il proprio medico potrebbe evitare l’uso improprio e inefficace di molti farmaci, ottimizzando gli effetti delle poche pillole realmente necessarie. Il tutto a vantaggio delle casse del Sistema sanitario nazionale e della nostra salute.

Elisa Buson 

Inserito da Sergio Cima il Gio, 24/04/2008 - 16:44