Come aiutare il bullo di quartiere?

Bande giovanili, tante teorie ma pochi studi

Fonte
Fisher H et al. Opportunities provision for preventing youth gang involvement for children and young people (7-16). Cochrane Database of Systematic Reviews 2008, Issue 2.
Fisher H et al. Cognitive-behavioural interventions for preventing youth gang involvement for children and young people (7-16). Cochrane Database of Systematic Reviews 2008, Issue 2.

Il fenomeno delle bande giovanili provoca, in tutto il mondo, gravi danni individuali e sociali. Negli ultimi anni sono state formulate numerose ipotesi su come si formino le bande ed altrettante su come prevenire l’ingresso dei giovani al loro interno. Nessuna di queste, però, secondo gli autori di due recenti revisioni Cochrane, è supportata da valide prove scientifiche.
La prima revisione cercava di stabilire se le attività ricreative nel dopo scuola prevenissero l’ingresso dei giovani nelle baby-gang. La seconda se gli interventi di tipo cognitivo- comportamentale nei giovani tra i sette e i sedici anni avessero una qualche efficacia nel prevenire il loro coinvolgimento nelle bande. Per rispondere a questi quesiti gli autori delle due revisioni hanno preso in considerazione ben 2.696 pubblicazioni sul tema delle bande giovanili. Ciò nonostante non hanno trovato nessuno studio randomizzato controllato o quasi randomizzato tra queste.
Si stima che, nei soli Stati Uniti, vi siano più di 24.000 bande giovanili con almeno 760.000 membri. Si sa, inoltre, che il fenomeno si è ormai diffuso in tutti i paesi: ci sono bande in Sud America e in Europa come in Asia e Africa.
«Stupisce, a fronte della importanza e diffusione del problema, la mancanza di studi validi in merito», dice l’autore principale della revisione il Dr Paul Montgomery del Centre for Evidence-based Intervention dell’ Università di Oxford, in Inghilterra.
«C’e urgente bisogno di valutare in modo rigoroso l’efficacia degli interventi di prevenzione dell’ingresso dei giovani nelle bande. Solo così si potranno utilizzare al meglio le risorse e costruire programmi di prevenzione che abbiano buone probabilità di riuscita, dice Montgomery.

Inserito da redazione il Gio, 24/04/2008 - 15:24