L’edificio malsano non dà sindrome

Fonte
Attenti all’Ufficio. E’ lì che ci s’ammala. ANSA, 23 maggio 2006
Marmot AM. Occupational and Environmental Medicine 2006; 63: 283

Un lancio dell’agenzia giornalistica ANSA è approdata sui maggiori quotidiani italiani:

Attenti all’ufficio. E’ lì che ci s’ammala

Il pericolo non è dietro l’angolo, ma sulla scrivania. Sostanze potenzialmente cancerogene o irritanti, fonti di rumore eccessive e possibilità di contrarre infezioni sono solo alcune delle minacce nascoste in fabbriche e uffici, se non sono ben tutelati. Non a caso, come sarà mostrato nel prossimo congresso mondiale di Medicina del lavoro, gli ambiti professionali sono causa di quasi il 40% delle epatiti B e C, del 37% dei mal di schiena, del 16% delle perdite d’udito e dell’11% delle malattie asmatiche. (ANSA )

La “sindrome da ufficio malsano” (derivata dall’inglese “sick building sindrome”) caratterizzata da una sintomatologia di moderata entità e di diversa natura (mal di testa, sonnolenza, bruciore degli occhi, senso di irritazione della gola, tosse, irritazioni cutanee, stanchezza), strettamente correlata con la permanenza nell’edificio: si manifesta durante il lavoro in un particolare ambiente, e si risolve o si attenua rapidamente con l’allontanamento dallo stesso.

Viene attribuita a un mix di aria troppo secca, concentrazioni eccessive di anidride carbonica, pulviscolo, emissioni di apparecchiature, lampade, schermi, computer, fotocopiatrici e stampanti, sostanze che esalano da vernici, pitture, impregnanti, materiali isolanti, prodotti per la pulizia, magari associati a residui di batteri, funghi e acari. Già perché gli edifici malsani di cui stiamo parlando non sono tuguri grondanti di umidità, mal illuminati e poco puliti: si tratta per lo più di edifici nuovi o da poco ristrutturati, con aria condizionata e molta luce. L’Organizzazione mondiale della sanità (che ha da tempo riconosciuto l’esistenza della sindrome) stima anzi che il 30 per cento degli edifici di recente costruzione o ristrutturati presenti problemi di questo tipo.

Uno studio inglese tuttavia a sembra aver relegato l’esistenza stessa della sindrome tra i miti da strafare già ad aprile 2006.

I ricercatori dell’University College di Londra confutano la tesi che questo moderno, vago e poco specifico inquinamento indoor sia il responsabile di una tale varietà di malesseri, e puntano il dito invece contro lo stress dovuto alla richiesta di produttività. Non che neghino la presenza dei sintomi, ma anziché alle condizioni fisiche del luogo di lavoro li attribuiscono al lavoro in sé e allo stress che produce sui lavoratori.

Gli autori della ricerca hanno preso in esame 4.000 impiegati di età compresa tra 42 e 62 anni che lavoravano in 44 differenti edifici nell’area di Londra, verificando il loro stato di salute e ponendo loro domande sulle condizioni presenti negli uffici e sullo stress associato al lavoro. I luoghi di lavoro sono poi stati ispezionati, misurando inquinanti ed emissioni anche a livello delle scrivanie. Ma di legami con i sintomi, lamentati da una donna su 5 e da un uomo su 7, ne sono stati trovati ben pochi: i disturbi sono risultati di pochissimo più frequenti dove erano più elevati i livelli di batteri e di polvere, o dove la temperatura e l’umidità non erano ideali. Anzi, negli edifici caratterizzati da cattiva circolazione dell’aria, livelli inaccettabili di anidride carbonica, o dalla presenza di funghi e di composti organici volatili nell’aria respirata, gli impiegati avvertivano minori disturbi.

I sintomi apparivano invece associati molto più strettamente a un’alta richiesta di produttività sul lavoro, accompagnata da uno scarso supporto da parte di superiori o colleghi.

In altre parole, della sindrome da edificio malsano soffrivano soprattutto quegli impiegati che si sentivano pressati dalle richieste di lavoro e allo stesso tempo poco gratificati e aiutati dagli altri. Non a caso, a soffrine di più erano le donne e i lavoratori più giovani, più vulnerabili allo stress degli impiegati più anziani. Avere un maggior controllo del proprio posto di lavoro (per esempio poter regolare la temperatura, l’umidità, le luci), sembra tuttavia aiutare a tener lontani i disturbi.

Data la scarsa o nulla influenza che le condizioni fisiche del luogo di lavoro hanno su questi sintomi, gli inglesi propongono perciò di modificare il nome della sindrome in “sindrome del lavoro malsano (o malato)” (sick work sindrome), a sottolineare la maggior importanza delle condizioni psicosociali, e alla necessità di affrontare in modo diverso i disagi degli impiegati: non solo focalizzando le attenzioni sugli aspetti tecnici degli ambienti, ma anche considerando l’organizzazione del lavoro, i ruoli e i rapporti interpersonali.

Sergio Cima

Inserito da redazione il Lun, 22/05/2006 - 23:00