Al contadino non far sapere...

Fonte:
Firth J et al. Should you tell patients about beneficial treatments that they cannot have? No. BMJ 2007; 334: 827.

E' giusto informare un paziente dell'esistenza di una cura che può giovargli se lui non può averla?

E' quanto si è il British Medical Journal, mettendo a confronto le opinioni di due medici, Robert Marcus, ematologo e John Firth, nefrologo, entrambi dell'Addenbrooke Hospital di Cambridge.

Il dottor Marcus non ha dubbi nel sostenere che qualora un medico decidesse di non informare il paziente infrangerebbe l'etica professionale: non difenderebbe il suo paziente e tradirebbe la fiducia che in lui egli ha riposto. Se il paziente non è a conoscenza di un'opzione, non ha la possibilità di prendere in considerazione la scelta.

Ciò non significa che non esistano, per il medico, condizioni di effettiva difficoltà, soprattutto in quei Paesi in cui i servizi sanitari sono a carico dello Stato o di una sua agenzia. In questi paesi il dottore è, in pratica, un dipendente pubblico che deve la sua lealtà a due padroni, il suo datore di lavoro e il paziente. A chi spetta la priorità? Non è una risposta facile, soprattutto, nel momento in cui i costi della salute pubblica salgono e varcano i limiti di spesa che ogni sistema sanitario possiede.

Ma è giusto negare al cittadino il diritto di conoscere quali farmaci lo Stato gli offre e quali no?

Il medico è convinto di no. La negazione di tale diritto serve solo a mascherare la più grande ipocrisia dello Stato sociale: pretendere di garantire l'universalità della cura della salute senza poterselo permettere. Allora l'unico modo per mantenere viva questa finzione è privare i cittadini della conoscenza dei trattamenti che potrebbero loro giovare ma alla cui somministrazione esso non può provvedere. Che fine fanno allora le nozioni di diritto di scelta, autonomia ed empowerment se il paziente è deliberatamente lasciato nell'ignoranza?

Soltanto la conoscenza può dare potere ai pazienti, che possono esercitare pressioni sui governi o fare appello a una comunità locale o più ampia per ottenere un supporto finanziario. O, al limite, attingere alle proprie personali risorse finanziarie. E' certamente vero che questa è un'opzione perseguibile solo da persone ricche ma non è una ragione sufficiente per lasciare le persone povere nell'ignoranza.

Il dottor Firth è di tutt'altro avviso. Predilige un approccio pragmatico al dilemma. Cosa fare se il medico è certo che il paziente non entrerà mai autonomamente in possesso delle informazioni sulla cura, e che, se anche lo facesse, non potrebbe mai permettersela?

Il silenzio è la migliore strategia. Anche se ci sono due questioni etiche da mettere in luce.

  • la prima è che negando l'informazione il medico non rispetta il diritto all'autonomia del paziente. Ma autonomia significa, in definitiva, la possibilità che il paziente abbia una scelta e in questo caso non avrebbe alcuna scelta;
  • la seconda è che informandolo, il medico potrebbe addirittura danneggiarlo: infatti il malato non trarrebbe nessun giovamento da un farmaco che non può assumere, ma la conoscenza della sua esistenza lo potrebbe portare a rimuginare, a chiedersi che cosa sarebbe successo se lo avesse assunto. Perché condannarlo a tale supplizio? Allora meglio il silenzio.

Ma, secondo Firth, è anche importante chiedersi quanto questo comportamento sia giusto. Ed una misura della correttezza potrebbe essere il confronto con le linee guida del General Medical Council, l'associazione dei medici di famiglia britannici. Nel testo è contemplata l'opzione che il medico, a causa di inadeguate risorse o linee politiche, non possa operare le indagini e somministrare i trattamenti sulla base della necessità clinica. In questi casi il suo dovere è segnalare la questione all'organizzazione responsabile.

A posto con la coscienza dunque ma anche con i regolamenti.

Antonino Michienzi

Inserito da redazione il Ven, 11/01/2008 - 12:54