Prescrizione di una terapia: il vantaggio del parlar chiaro

Fonte
Bowman L. Side effects often not discussed in prescribing drugs. Scripps Howard News Service, 2007.

La rivista Archives of Internal Medicine ha recentemente pubblicato i risultati di uno studio che, dal gennaio al novembre 1999, ha interessato 45 professionisti- tra medici di famiglia, internisti, cardiologi -in due strutture di assistenza sanitaria di Sacramento, in California, attraverso la registrazione audio di circa 900 visite ambulatoriali; l'analisi si è soffermata sui 185 colloqui segnati da una o più nuove prescrizioni rilevando un impegno informativo davvero deludente, con gravi insufficienze sui temi concernenti la durata dei trattamenti e l'insorgenza di effetti collaterali che risultano toccati in un terzo soltanto degli incontri. Se nome specifico e scopo terapeutico del farmaco o del trattamento vengono esplicitati nella gran parte delle visite- 74 e 87 per cento dei casi rispettivamente - tempi e modalità di assunzione o applicazione non vengono espressamente dettagliati che nella metà dei colloqui circa. Questo il dato medio, all'interno delle differenti categorie prescrittive si osservano significative disomogeneità, con picchi positivi per trattamenti psichiatrici e analgesici, negativi per quelli antibiotici; una pericolosa noncuranza si segnala anche nella prescrizione dei farmaci da banco.

Eppure le osservazioni degli ultimi anni suggeriscono l'importanza di consapevolezza e motivazione nel paziente ai fini del rispetto del costume terapeutico e del suo esito: il malato può evitare di attenersi alle disposizioni mediche perché insicuro riguardo a effetti collaterali o interazioni con altri farmaci, perché scettico o sfiduciato sulle prospettive d'efficacia, perché confuso rispetto all'effettiva necessità o ai relativi oneri economici.

Molti medici fanno spallucce: «Se on fai come ti dico io e ti ammali non è affar mio». A questi medici gli esperti in comunicazione fanno presente che parte del fallimento della strategia terapeutica può essere imputato al loro scarso impegno nella comunicazione di benefici relativi ed effetti collaterali, a una formulazione inutilmente complessa della modalità di assunzione e del regime terapeutico, alla scarsa considerazioen dello stile di vita dei pazienti e dei costi dei medicinali.

Un indice per la valutazione della comunicazione medica

E' evidente che le indicazioni verbali, le uniche registrate dal test dell'Università della California, non esauriscono la gamma degli strumenti educativi disponibili al medico ed è pur vero che a questo tipo di osservazione sfuggono gli aspetti complessi e impliciti di una comunicazione strutturata che può sottintendere, per esempio, la presenza nel contesto sociale del paziente di parenti, badanti, infermieri, farmacisti.

Nondimeno, al di là dell'interpretazione dei singoli risultati, il test ha il merito di proporre un paradigma per misurare la qualità delle istruzioni inerenti nuove prescrizioni mediche, un criterio che può essere opportunamente riutilizzato all'interno di eventuali progetti di potenziamento della comunicazione medica. Il Medication communication index (MCI) formulato dai ricercatori californiani si distingue, secondo il giudizio degli stessi, da molte delle soluzioni adottate in precedenti studi per la capacità di isolare le componenti fondamentali di un'avvertenza medica su un farmaco o un trattamento di nuova prescrizione e di valutarle in un contesto equilibrato di pesi relativi all'ambito terapeutico (cardiovascolare, dermatologico eccetera), alla specializzazione medica (internisti, cardiologi), alla classe del trattamento (OTC, per patologie acute). I punti su cui è costruito l'indice sono cinque, opportunamente modellati sulle linee guida espresse dal National council on patient information and education in merito alle domande da fare in presenza di nuove prescrizioni mediche:

  • Qual è il nome del farmaco e come si suppone agisca?
  • E' il nome commerciale o quello generico? (Ne esiste una versione generica?)
  • Quando devo assumerlo e per quanto tempo?
  • Devo assumerlo a stomaco vuoto o dopo mangiato?
  • Come mi devo comportare, se dimentico di prenderlo?
  • Quale cibo, bevanda, medicinale, integratore dietetico o attività devo evitare durante la terapia?
  • Quali sono i possibili effetti collaterali e cosa fare se si presentano?
  • Quando devo aspettarmi che il farmaco cominci ad agire e come potrò accorgermene?
  • La prescrizione è compatibile con gli altri medicinali, prescritti o per automedicazione, che sto assumendo?
  • Come devo conservarlo in casa?

Un contributo all'informazione sui farmaci in Italia

La proiezione dei risultati d'oltreatlantico sulla situazione di Europa e Italia non può prescindere dai dovuti filtri culturali; negli Stati Uniti le normative sulla pubblicità dei farmaci (si veda Proposta di legge europea: informazione farà rima con promozione per il punto sulla posizione europea) favoriscono un rapporto prodotto-medico-paziente, più improntato a un modello standard di consumo, ben lontano da quello socioassistenziale del Vecchio continente. Sono forse anche il progressivo sgretolarsi dell'argine assistenziale e il relativo aumento di esborso per spese sanitarie a rendere il paziente-consumatore via via più attento ed esigente nei confronti del proprio medico; ne deriva l'interesse delle associazioni di consumatori. Nel giugno scorso Altroconsumo ha pubblicato su Salutest i risultati di un indagine condotta, grazie a una rete di associazioni europee, su un campione di oltre 1.100 cittadini (2.265 italiani) in Italia, Belgio, Spagna, Portogallo nel periodo tra settembre e ottobre 2006. Si apprende così che per oltre l'80 per cento degli intervistati il medico di famiglia risulti la principale fonte di informazione sui farmaci ma:

  • l'ultimo consulto è stato percepito come insoddisfacente dal 45 per cento del campione;
  • nel 27 per cento dei casi il medico non avrebbe tenuto in considerazione le richieste del paziente,
  • in oltre la metà dei colloqui il curante ha dimenticato di riferire il costo della cura
  • 4 volte su 10 non ha riferito di possibili effetti collaterali

Si tratta di numeri provenienti da una analisi qualitativa, quindi senza la pretesa di fotografare l'esistente ma di indicare piuttosto una tendenza. Il segnale che emerge chiaro in questo quadro è una reale difficoltà nella relazione terapeutica quando la discussione verte sui farmaci e sul loro uso.

Che ne viene al paziente?

Scarsa comunicazione porta a scarsa aderenza alla terapia. Ebbene: uno studio pubblicato nel 2005 sulle pagine del New England Journal of Medicine imputava alla scarsa aderenza terapeutica un numero compreso tra il 33 e il 69 per cento dei ricoveri ospedalieri complessivi negli Stati Uniti, per un costo vicino ai 100 miliardi di dollari l'anno. Vale la pena di spendere qualche parola in più.

Bibliografia

Derjung M. Tarn et al. Physician communication when prescribing new medications. Arch Intern Med. 2006;166:1855.
Osterberg L. et al. Adherence to Medication. N Engl J Med 2005;353:487.
Altroconsumo. Pazienti male informati. Salutest 2007; 68:18.

Giordano Vecchi

Inserito da redazione il Gio, 22/11/2007 - 15:56