Le cure coniugali non sono sempre le più amorevoli

Fonte
Beach S et al. Journal of American Geriatric Society 2005; 53:255

Quando una persona anziana ha bisogno di cure e aiuto per svolgere le attività quotidiane consuete, si potrebbe pensare che la persona più adatta a questo compito sia quella con cui ha maggiore intimità e confidenza, in altre parole il coniuge. Sembra invece che le persone assistite dal coniuge ricevano spesso cure di qualità inferiore rispetto a chi è assistito da un altro familiare, stando a quanto affermato in uno studio pubblicato di recente sul Journal of American Geriatrics Society.

«Sono proprio i coniugi che mettono in atto più spesso comportamenti potenzialmente dannosi per i propri cari di cui si prendono cura, soprattutto quando i bisogni di assistenza sono numerosi e gravosi», spiega Scott Beach, docente presso il Center for Social and Urban Research dell'Università di Pittsburgh e co autore dello studio. «In particolare questo accade se i coniugi curanti hanno a loro volta difficoltà fisiche o sono malati, se hanno problemi cognitivi o se sono a rischio di depressione», specifica il ricercatore.

L'assistenza in famiglia: dal curante al curato

Mentre finora gli studi si sono focalizzati sulla figura del curante e sugli effetti negativi che ha prendersi carico dei bisogni di un familiare malato o disabile, lo studio in questione analizza gli effetti del supporto familiare sulla persona malata.

Sono state intervistate 265 coppie curante-assistito, entrambi dello stesso nucleo familiare, in cui la persona in cura avesse 60 anni o più e vivesse in famiglia, e il familiare fosse il curante principale. Per entrare nell'indagine la persona da assistere doveva avere difficoltà a svolgere almeno un'attività quotidiana, come farsi il bagno, vestirsi o mangiare, oppure almeno due attività pratiche, come parlare al telefono o firmare un assegno.

Sono stati utilizzati cinque parametri per valutare il maltrattamento psicologico: gridare, minacciare di affidare il malato a un'infermiera a domicilio, minacciare di ricorrere alla forza fisica, minacciare di abbandono, compiere un abuso verbale, cioè usare un tono di voce aggressivo, insultare, imprecare. Il maltrattamento fisico è stato misurato ricorrendo a cinque indicatori quali: negare il cibo, colpire o schiaffeggiare, scuotere, maneggiare in modo rude, avere paura che colui che presta le cure possa colpire o cercare di ferire il malato in qualche modo. Questi parametri sono stati presentati al curante come «metodi usati talvolta quando la persona assistita non segue le indicazioni del medico o non vuole fare ciò che il curante gli chiede", mentre alla persona in cura sono stati presentati come "metodi che le persone usano per ottenere che gli altri facciano quello che loro vogliono».

I risultati mostrano che il comportamento dannoso messo in atto più spesso dai curanti riguarda azioni verbali come urlare (oltre il 22% dei casi) o usare un tono di voce aggressivo, insultare, imprecare (quasi il 12% dei casi), mentre forme fisiche di abuso si verificano nell'1% dei casi. «Le persone assistite dai coniugi hanno subito tali comportamenti dalle tre alle quattro volte di più rispetto a chi è curato da un altro familiare», puntualizza Scott Beach, «e questo succede quando il coniuge a sua volta ha condizioni fisiche o psicologiche non ottimali», spesso dovute al senso di responsabilità per il proprio ruolo e alla situazione familiare.

Campanelli d'allarme

«Questa indagine rappresenta uno strumento valido per i medici clinici, che possono identificare i curanti a rischio di comportamenti dannosi per il malato, valutandone per esempio lo stato di depressione, ed evitando che sfocino in veri e propri abusi», spiega Scott Beach. Secondo la strategia di supporto consigliata dalle linee guida di molte società scientifiche, basata sulla cooperazione di medico, curante e paziente, il medico non si limita a dare informazioni ma controlla anche l'andamento della presa in carico del paziente e la salute del curante stesso.

Il verificarsi di comportamenti quali quelli definiti nello studio deve rappresentare una spia di allarme per il medico, che deve intervenire nei casi di sofferenza psichica o fisica del curante. «In presenza di sintomi di depressione, per esempio», concludono i ricercatori, «il medico dovrebbe non solo trattare la malattia, che può essere legata al peso della presa in carico dei bisogni del proprio familiare, ma coinvolgere nell'intervento di aiuto gruppi di supporto esterni alla famiglia, altri familiari oltre al coniuge, amici, o servizi sanitari specifici» in modo da alleggerire il carico dell'assistenza dalle spalle del solo coniuge. Perché l'assistenza di una persona non autosufficiente sia adeguata e di qualità è indispensabile quindi che la rete di aiuto comprenda più persone e si allarghi ai familiari, a figure di sostegno come i volontari, e comprenda i servizi sociali e assistenziali.

Per approfondire

Cinzia Colombo
Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri

Inserito da redazione il Lun, 14/02/2005 - 00:00