La cortesia non sempre veste il camice bianco

Il paziente non soltanto oggetto passivo di diagnosi e terapia ma soggetto attivo dovrebbe essere ormai un dato acquisito, sancito dalle carte dei diritti del malato.
Così dovrebbe essere, ma a volte non lo è affatto.

Stando ai dati riportati nell’annuale Rapporto PiT Salute, che raccoglie le segnalazioni dei pazienti, in Italia sono ancora frequenti i casi di maleducazione da parte di medici e infermieri: addirittura in ascesa rispetto allo scorso anno (vedi il box). Le segnalazioni riguardano soprattutto medici specialisti, ma anche di medicina generale e di pronto soccorso, superficiali, per nulla empatici, scortesi e arroganti, che hanno l’abitudine di riferirsi al paziente come se fosse un pacco, per i quali il consenso informato è solo uno strumento per evitare contenziosi legali e nel cui vocabolario il dialogo con il paziente è una voce sconosciuta. Da operatori di questo genere è frequente sentirsi dire: «firmi qui» su un modulo per consenso informato in parte non compilato, senza spiegazioni di sorta. O sentirsi umiliati, come nella segnalazione di quella persona disabile che si è sentito dire «un soggetto con la sua patologia oggi non sarebbe nato».

Questi ultimi comportamenti violano il codice di deontologia medica che impone al medico il rispetto della dignità della persona umana e lo obbliga a fornire la più idonea informazione al paziente, e sono quindi sanzionabili. Ma esiste un elevato numero di condotte non disciplinato da nessun codice che corrode subdolamente il rapporto fiduciario medico-paziente e rende più difficile la comunicazione.

Il passaggio dal paternalismo al rispetto dell’autonomia del paziente ha comportato una ridefinizione dei ruoli e delle capacità del medico: la sua competenza dovrebbe essere clinica ma comprendere anche le regole basilari della comunicazione. Questa trasformazione è stata oggetto di un intero numero del British medical Journal (BMJ 2002) dedicato al ritratto del buon medico. La capacità comunicativa è stata una delle caratteristiche emerse con maggiore forza: il bravo dottore deve essere in grado di farsi comprendere e ascoltare; ma non meno importanti alcuni comportamenti che investono la sfera della comunicazione non verbale, che già alcuni mesi prima, sull’American Journal of Medicine erano stati sintetizzati nell’acronimo PEARLS (partnership, empathy, apology, respect, legitimation, self-efficacy; Barnett 2001).

A quanto pare, non tutti i medici hanno ancora pienamente acquisito tutte le competenze necessarie all’esercizio della loro professione. E non è solo il Rapporto PiT Salute a dirlo. Nel rapporto stilato da Active Citizen Network, in occasione del quinto anniversario della pubblicazione della Carta europea dei diritti del malato, si legge «sembra esserci una difficoltà nel collocare pienamente i cittadini al cuore del sistema sanitario, trasformandoli in detentori di diritti e stabilendo un’abitudine all’ascolto delle loro istanze nelle diverse fasi. Ciò significa che i problemi riguardanti i diritti dei pazienti non dipendono solo da strutture e risorse ma piuttosto dalla cultura, dalle abitudini e da comportamenti».

Cos'è il PiT Salute

Progetto integrato di Tutela è stato istituito dal Tribunale per i diritti del Malato nel 1996, è un servizio di informazione, assistenza e consulenza per i cittadini che intendono tutelare i propri diritti in ambito sanitario e assistenziale. Funziona come un centro di raccolta e di gestione di segnalazioni sul funzionamento delle strutture sanitarie e sulla qualità delle prestazioni erogate. Sulla base delle segnalazioni e dei casi trattati, produce un rapporto annuale: «Cittadini e servizi sanitari».
La decima edizione del Rapporto PiT Salute, che porta il titolo «Diritti a pezzi? La sanità tra universalità e federalismo», mostra una mappa delle criticità del sistema sanitario.
La maggior parte delle segnalazioni giunge per denunciare casi di malpractice, ossia gli errori diagnostici e terapeutici (20 per cento delle lamentele), soprattuto a carico dei reparti di ortopedia e oncologia. Il comportamento scorretto, o scortese, degli operatori sanitari è il secondo posto seguito immediatamente dai disagi registrati nel campo della disabilità, in cui la carenza di informazioni e il mancato riconoscimento della condizione d’invalidità sono le carenze maggiormente evidenziate.

 

Bibliografia

Antonino Michienzi

Inserito da redazione il Ven, 24/08/2007 - 09:53