Proposta di legge europea: informazione farà rima con promozione

Consigli per gli acquisti: tra brioches e biscotti, in futuro potrebbero spuntare l’antidiabetico del nonno, l’antiasmatico del nipotino e l’antibiotico per il mal di gola della mamma. A settembre, infatti, la Commissione europea presenterà una proposta di legge che mira a permettere la pubblicità di tutti i farmaci, compresi quelli soggetti a prescrizione medica. Il successo della proposta dipenderà dal voto del Parlamento europeo.

La proposta

Il primo tentativo risale a cinque anni fa. Già nel 2002, infatti, il Parlamento europo aveva bocciato a larga maggioranza una proposta che avrebbe reso possibile la pubblicità dei farmaci diretta ai consumatori dell’UE.
L’attuale Commissione ha deciso di riprendere il discorso lasciato in sospeso, con lo slogan «Migliorare la qualità dell’informazione disponibile al pubblico».
L’obiettivo di questa proposta di legge è nobile: si vuole informare i cittadini affinché possano usare in modo più consapevole i farmaci. C’è però una questione attorno a cui è sorto un intenso dibattito in sede europea: il disegno di legge prevede che la fonte dell’informazione sia la stessa industria farmaceutica. Questo ha indotto molti a pensare che l’informazione si trasformerà in mera promozione.

Chi sostiene la proposta

L’idea è patrocinata dal Pharmaceutical Forum, un organismo istituito nel 2005 dalla Commissione europea con l’obiettivo di ridare competitività all’industria farmaceutica del Vecchio continente.
Dei tre gruppi di lavoro che lo costituiscono, il gruppo che si occupa dell’informazione ai pazienti è in una condizione di potenziale conflitto di interessi: è composto da due commissari dell’UE, tre parlamentari europei, ministri degli stati membri, almeno cinque associazioni di industrie farmaceutiche, rappresentanti di professionisti sanitari e di assicurazioni. I rappresentanti dei pazienti provengono dall’European Patient’s Forum, associazione sostenuta dalle stesse industrie farmaceutiche.
Nel marzo scorso questo gruppo di lavoro ha pubblicato due importanti documenti: un elenco dei criteri di qualità per l’informazione destinata ai pazienti e un pacchetto informativo sul diabete. Entrambi i documenti sono stati duramente criticati (sia per il metodo di lavoro utilizzato che per i contenuti) da alcune organizzazioni indipendenti come l’International Society of Drug Bulletins (ISDB) e l’Health Action International Europe (HAI-E).

Le reazioni dei consumatori

Il Beuc , l’organizzazione delle associazioni europee dei consumatori (di cui fa parte, in Italia, Altroconsumo), respinge con fermezza qualsiasi proposta in tema di informazione sui farmaci diretta ai cittadini. Suggerisce invece che le aziende si limitino a produrre i farmaci, lasciando la responsabilità di informare ad altri organismi indipendenti e non influenzati da interessi economici.
Il 3 maggio scorso invece l’ISDB (che riunisce le riviste indipendenti di farmacologia), l’HAI-E e il Medicines in Europe Forum hanno firmato una lettera di protesta indirizzata a due commissari dell’UE. In questo documento si legge: «L’informazione offerta dalle compagnie farmaceutiche è per definizione promozionale, e l’uso della parola “informazione” in questo contesto rappresenta un abuso del termine: in ultima analisi si tratta di pubblicità. La capacità di pazienti e cittadini di prendere delle decisioni sulla loro salute deve essere protetta dall’influenza della pubblicità mascherata da informazione, soprattutto perché la malattia aumenta la vulnerabilità delle persone». E ancora: «Nel permettere alle industrie farmaceutiche di essere competitive, la Commissione non deve dimenticare il suo ruolo chiave nel proteggere la salute dei cittadini europei» (Anonimo f 2007).
Un monito alla Commissione europea arriva anche dalle colonne di Lancet che in un editoriale ricorda in quali difficoltà versi l’FDA statunitense, incapace di esercitare un efficace controllo sull’informazione sui farmaci rivolta ai cittadini: «Questo dovrebbe servire da ammonimento per i tecnici europei perché, se non si fa attenzione, un allentamento nel controllo della pubblicità diretta ai consumatori rischia di creare un marea di pubblicità che sarà poi difficile controllare» (Anonimo b).

Proibire la pubblicità dei nuovi farmaci? Sorry, negli States è incostituzionale

Negli Stati Uniti continua a tener banco il dibattito sulla pubblicità dei farmaci etici diretta ai consumatori. A tre anni dallo shock provocato dal caso rofecoxib, il farmaco antidolorifico il cui ritiro per i gravi effetti collaterali è arrivato dopo anni di spot pubblicitari, sembra ora che l’opinione pubblica americana chieda una svolta. Secondo un’indagine telefonica condotta lo scorso marzo dalla rivista Consumer Reports, il 60 percento degli intervistati sostiene che l’FDA dovrebbe proibire la pubblicità per quei farmaci che presentano problemi di sicurezza.
Ma la voglia di cambiamento sembra coinvolgere ormai anche il Congresso americano.
Un recente studio del Government Accountability Office (un organismo autonomo del Congresso) ha messo in luce tutte le problematiche legate alla pubblicità dei farmaci. Innanzitutto le incredibili cifre investite dalle industrie in questo campo: dal 1997 al 2005 gli investimenti sono cresciuti del 20 percento all’anno, fino a raggiungere i 4,2 miliardi di dollari nel 2005. Oltre la metà di questi soldi è servita a pubblicizzare solo venti farmaci, per lo più destinati a malati cronici. Infine l’indagine ha sottolineato la lentezza e l’inefficienza dell’organismo preposto al controllo di queste pubblicità, la Food and Drug Administration.
Secondo un’altra indagine, commissionata all’Institute of Medicine (IOM), la pubblicità contribuisce ad aumentare l’uso prematuro dei nuovi farmaci, e solo una moratoria in questo senso permetterebbe di avere il tempo adeguato per una corretta farmacovigilanza.
Valutazioni che hanno spinto alcuni membri del Congresso a proporre due disegni di legge che hanno l’obiettivo di proibire la pubblicità dei farmaci nei due anni successivi all’ingresso sul mercato, periodo durante il quale si dovrebbe apporre uno specifico simbolo sulle confezioni in vendita. In questo modo si vogliono difendere i consumatori dall’esposizione ai messaggi pubblicitari, che indurrebbero all’acquisto di farmaci dalla sicurezza ancora poco documentata.
Il futuro di questi disegni di legge, però, appare oggi molto incerto: secondo alcuni giuristi potrebbero essere stroncati per incostituzionalità. Infatti diversi tribunali statunitensi, dagli anni Settanta a oggi, hanno più volte sentenziato che proibire la pubblicità significa violare il Primo emendamento della Costituzione, che tutela la libertà di parola anche nell’ambito commerciale.
Molti giuristi e avvocati si sono espressi in merito alla vicenda, e tra questi c’è anche Robert Post, della Yale Law School, il quale sostiene che «per proibire la pubblicità dei nuovi farmaci diretta ai consumatori, si dovrebbero presentare particolari problemi di sicurezza». Questo potrebbe essere il caso dei farmaci “first-in-class”, i primi di una nuova categoria farmacologica: spesso, infatti, non si conoscono tutti i loro potenziali eventi avversi, anche gravi, finché non arrivano sul mercato e vengono assunti da una popolazione di pazienti molto vasta.
Un ulteriore suggerimento viene anche dal NEJM: «Forse il miglior argomento per revisionare le proposte di legge è che le industrie farmaceutiche e i regolatori non possono assicurare l’accuratezza di queste pubblicità nel periodo successivo all’approvazione dei farmaci, quando i benefici e i rischi non sono ancora completamente noti» (Shuchman 2007).

 

Accade agli antipodi...

Oltre agli USA la pubblicità dei farmaci etici diretta ai consumatori è consentita solo in Nuova Zelanda. Anche qui non si risparmiano le polemiche: l’informazione si concentrerebbe su pochi farmaci molto prescritti, di cui si esaltano i benefici nascondendo i rischi. Inoltre nelle informazioni promozionali non si fanno mai confronti con altri farmaci, non permettendo ai consumatori di scegliere consapevolmente tra le opzioni disponibili. Risultato: cittadini disinformati, aumento irrazionale dei consumi e impennata dei costi per il sistema sanitario. Una situazione che ha spinto i medici di famiglia a chiedere per primi di vietare questa pubblicità in quanto dannosa per i pazienti e per le finanze dello stato.

 

Bibliografia

Elisa Buson

Inserito da redazione il Gio, 23/08/2007 - 11:30