Simone Cristicchi: ho visto la follia


Tratto da: Simone Cristicchi, Dall’altra parte del cancello

«C’è un po’ di pazzia nella vita di tutti noi. Persone che abbiamo conosciuto in famiglia o per strada», ed è stupefacente che ci sia stato bisogno di Simone Cristicchi con la sua partecipazione e vittoria a Sanremo (guarda il video di Ti regalerò una rosa) perché qualcuno se ne accorgesse e scoppiasse un interesse per i disturbi mentali pari solo a quello che vi fu negli anni della rivoluzione antipsichiatrica di Franco Basaglia.
Come sempre avviene i questi casi in molti sono stati pronti a saltare sul carro del vincitore e a seguire la tendenza del momento con proposte e offerte di disponibilità.

Ma a sei mesi dalla kermesse canora cosa rimane dei buoni propositi?

«All’inizio c’è stato un grande entusiasmo, una mobilitazione anche da parte di alcuni politici. Poi pian piano la cosa è andata scemando. Non da parte mia, naturalmente» dice il cantautore romano «Da allora ho addirittura ricevuto richieste d’aiuto da parte di famiglie con un malato in casa che si sentono abbandonate dalle istituzioni e dalla sanità».

C’era da attenderselo, ma Cristicchi continua a portare il suo racconto della follia nelle tappe dei suoi spettacoli.

Da dove nasce l’interesse per questo tema così insolito?
«È sorto circa otto anni fa», racconta. «Andavo a trovare un mio amico in un centro di igiene mentale. Da lì è nata la frequentazione di questo luogo che si è protratta per un anno e mezzo».

Ne è seguita un’esperienza di mesi in giro per l’Italia tra vecchie e nuove strutture psichiatriche in cui Cristicchi ha toccato con mano e poi narrato in un documentario (uscito a marzo con il titolo Dall’altra parte del cancello) la follia del vecchio manicomio contrapposta al modo in cui oggi si possa vivere dignitosamente anche se affetti da disturbi mentali. Un viaggio attraverso centri diurni e residenze assistite tra Roma e Siena, Volterra e Firenze, Genova e Cogoleto a diretto contatto con esperienze di vita diversissime.

Qual è il ruolo che queste strutture hanno nella vita dei malati?
«Sono importanti soprattutto perché essi sono accolti, hanno la possibilità di socializzare e di intraprendere percorsi di normalità. Nei casi che ho visto, per esempio, le persone hanno una loro stanza dove possono mettere i propri oggetti personali: sembrerà banale, ma anche questo è un modo per recuperare una propria dignità e identità, se confrontata alla spersonalizzazione di cui erano vittime nei vecchi manicomi. Così come la possibilità che si dà loro, attraverso attività terapeutiche e riabilitative, di trovare mezzi per comunicare la propria esperienza e ricucire un rapporto interrotto con il mondo. Visitando diversi centri mi sono reso conto quanto l’arte possa essere utile. Dipingere o scolpire consente loro di dare forma in maniera pura, naturale, a uno stato d’animo che stanno vivendo in quel momento».

Cè un altro aspetto dell’arte che Cristicchi ha voluto mettere in luce: la contiguità tra la sensibilità artistica e quella di chi è affetto da disturbi mentali, che emerge lampante dall’incontro avuto con Alda Merini, una delle maggiori poetesse italiane contemporanee che ha passato lunghi periodi della su vita in manicomio.
«Avevo letto le sue opere e nutrivo un timore reverenziale nei suoi confronti. E’ una persona che ha un grandissimo carisma e, allo stesso tempo, possiede una grande cultura. Quando parla ti dà delle grosse emozioni».
Certo che ascoltandola ti accorgi che possiede una sensibilità che noi “normali” non conosceremo mai!
«E soprattutto ascoltandola capisci che non è pazza».

Infine l’altra faccia dei centri psichiatrici, l’esperienza di coloro che là dentro ci lavorano, «persone che per poter fronteggiare situazioni emotivamente così complesse hanno dovuto metter su una specie di corazza. Ma, nonostante ciò, tutte accomunate da una straordinaria passione per quello che fanno».

 

Antonino Michienzi

* Le immagini sono opera degli ospiti dei centri di igiene mentale incontrati da Simone Cristicchi durante la lavorazione del suo documentario.

 

Inserito da redazione il Mer, 11/07/2007 - 11:35

E' vero che c'è un

E' vero che c'è un pizzico di follia in ciascuno di noi...ma non tralasciamo quel "po' di esurimento". Parola di una donna che ha vissuto sulle proprie spalle la desolazione del "male oscuro". Sono stata una bambina difficile, poi un'adolescente difficile, quindi una donna difficile....non ho mai saputo affrontare la vita e mi sono rifugiata in mille gusci ...paura di tutto, tanto da non riuscire a essere neppure una mamma per mia figlia. L'aiuto dello psichiatra in tarda età e con cognizione di causa ha fatto di me una donna nuova. Ora convivo con le mie ansie, ma le gestisco abbastanza. La sensazione di panico ogni qualvolta c'è una situazione nuova da affrontare non mi abbandona, ma ormai non è piu' panico...solo incertezza. Se mi avessero portata da un medico quando ero in età scolare, forse non sarei a questo punto.
Anonimo 

So benissimo cosa vuol dire

So benissimo cosa vuol dire «stare dall'altra parte del cancello». Ho vissuto prima come operatore lavorando in un servizio psichiatrico di diagnosi e cura e poi come paziente nello stesso servizio dove lavoravo...un incubo l'inizio di un calvario, tra cure, psicofarmaci, sberleffi dei miei ex colleghi...sono 10 anni che convivo con la malattia mentale..ora sto meglio, riesco a lavorare, ho ripreso la scuola e la mia grinta, convivo con una terapia farmacologica che per ora regge...e lotto perché non veniamo dimenticati...i bravi medici e operatori ci sono, mancano i soldi come sempre siamo la cenerentola delle patologie...
Marisan