Dottore, parla come mangi!

Fonte
Jane E. Brody. The importance of knowing what the doctor is talking about. The New York Times , 30 gennaio 2007

Può capitare di sostenere una conversazione senza essere perfettamente al corrente dei temi trattati e senza capire tutto quello che viene detto. Ma quando la conversazione è con il proprio medico, il rischio è di non aver capito la malattia di cui si è parlato e quali provvedimenti seguire. A quanto risulta da studi svolti negli Stati Uniti, la mancata comprensione delle indicazioni fornite dal proprio medico sembra assai diffusa e accomuna 90 milioni di persone, senza distinzioni di età, livello socioeconomico, istruzione o popolazione.

Alle difficoltà nella comunicazione fra medico e paziente e relative soluzioni adottabili è stato dedicato un articolo del New York Times. La questione non è irrilevante, perché le conseguenze di una mancata comprensione di quanto detto dal medico ricadono sulla salute del paziente stesso, peggiore, e sui costi medici per seguirlo, aumentati. Una scarsa conoscenza della terminologia sanitaria, infatti, porta con sé una scarsa aderenza alle prescrizioni, un uso ridotto dei servizi di prevenzione, un aumento dei ricoveri in ospedale e un controllo peggiore nel caso di malattie croniche, come sottolineato da una serie di studi pubblicati su The Journal of General Internal Medicine .

La posta in gioco è quindi alta, come dimostrato da uno studio su oltre 2.500 persone anziane di Memphis e Pittsburgh: la probabilità di morire entro cinque anni era doppia fra coloro con meno dimestichezza con il linguaggio medico. Questo svantaggio è stato confermato da un altro studio, questa volta su 175 persone con asma: quelle con conoscenze minori della terminologia medica avevano una peggiore qualità di vita e prestazioni fisiche e ricorrevano più spesso al pronto soccorso. Le difficoltà si incontrano poi anche nella lettura del bugiardino dei farmaci da prendere, la cui interpretazione scorretta è tre volte più probabile in caso di scarsa cultura medica, come è stato visto in uno studio su circa 250 pazienti.
Alle difficoltà di comprensione di parole che non si masticano quotidianamente, si aggiunge la situazione di svantaggio in cui solitamente il paziente si viene a trovare in un ambulatorio, in imbarazzo sul lettino o comunque messo in soggezione dal proprio medico a cui, per evitare brutte figure, preferisce non fare domande, anche se non è tutto chiaro come dovrebbe.

Confermato lo svantaggio dei meno preparati, vi sono accorgimenti da mettere in atto, da entrambe le parti. La consapevolezza di avere di fronte un assistito che, uscito dallo studio, dovrà aver capito quanto è stato detto, può far da timone al comportamento del medico. Sul tema del linguaggio, un primo passo è fare attenzione ai termini utilizzati, per rendere il messaggio il più chiaro possibile. Classico esempio è parlare di dolore al petto invece di angina, ma anche dire a un paziente che non ha l’Hiv, e non che l’esame per l’Hiv è negativo. E’ anche utile capire fin da subito cosa il paziente sa della sua malattia e dare per scontato che avrà domande da fare, offrendogliene l’occasione. Inoltre, un riepilogo non fa male, soprattutto se fatto dal paziente stesso a fine visita, oltre che materiale scritto dal medico da poter portare a casa.

L’articolo del New York Times riporta consigli anche per chi siede dall’altra parte della scrivania, con un invito ai pazienti a prendere l’iniziativa e partecipare attivamente. Non aver paura dunque di chiedere spiegazioni, ripetere quanto viene detto per avere conferme su cosa si è capito, magari chiedere di ascoltare e parlare non quando si è sul lettino, ma una volta che si è nuovamente vestiti e seduti uno in fronte all’altro, prendere appunti e così via. Certo, tutto questo può portare via tempo, subito, ma rappresenta un investimento per il futuro. Parla come mangi, si potrebbe dire, sapendo con chi si sta condividendo il pasto.

Valeria Confalonieri

Inserito da redazione il Lun, 19/02/2007 - 09:56