Revisioni Cochrane sulla prevenzione dei disturbi al cuore

Le revisioni Cochrane pubblicate in questa pagina:

L’agopuntura per la cessazione del fumo

Detto in parole semplici

L’agopuntura è una terapia tradizionale cinese che stimola determinati punti del corpo. È usata con lo scopo di ridurre i sintomi da astinenza a cui sono soggette le persone che cercano di smettere di fumare. Altri interventi correlati sono la digitopressione, la laser terapia e l’elettrostimolazione. La revisione ha cercato studi che confrontassero l’agopuntura attiva con l’agopuntura simulata (agopuntura eseguita in punti del corpo ritenuti non utili per la disuassefazione dal fumo) o con altri interventi di controllo. Non sono però state trovate prove coerenti che l’agopuntura attiva e le tecniche ad essa correlate aumentino il numero di persone che riescono a smettere di fumare con successo. Tuttavia sottoporsi a agopuntura può essere meglio rispetto al non fare niente, almeno per quanto riguarda la disassuefazione dal fumo nel breve periodo (entro 6 settimane); non sono state trovate prove sufficienti per escludere che l’agopuntura abbia un effetto superiore al placebo: altri studi sono quindi necessari per valutare l’effettiva superiorità o equivalenza di questo trattamento.

Riassunto completo della revisione

L’agopuntura non sembra essere d’aiuto per i fumatori che stanno cercando di smettere di fumare.
L’agopuntura e le tecniche ad essa correlate (per esempio digitopressione) sono promosse come trattamenti per smettere di fumare perché, su base teorica, potrebbero ridurre i sintomi da astinenza causati dalla nicotina.
Obiettivi. L’obiettivo di questa revisione è determinare l’efficacia dell’agopuntura e di interventi similari (digitopressione, laser terapia ed elettrostimolazione) nello smettere di fumare attraverso il confronto con: a) trattamenti simulati, b) altri interventi, o c) assenza di intervento.
Criteri di selezione. Studi randomizzati che confrontavano una forma di agopuntura, acupressione, laser terapia ed elettrostimolazione a trattamenti simulati (per esempio aghi inseriti in punti ritenuti non utili), altri interventi o all’assenza di intervento per smettere di fumare.
Raccolta dei dati. L’estrazione dei dati è stata fatta da due persone in modo indipendente. Per i soggetti fumatori sono state raccolte informazioni relative a:

  • tipo di agopuntura o procedura di controllo;
  • misure di esito;
  • metodo usato per la randomizzazione;
  • completezza del periodo di osservazione (follow up).

L’astinenza dal tabacco nei fumatori è stata misurata durante le prime sei settimane e in un periodo successivo compreso tra sei mesi e un anno dalla fine del trattamento. Gli autori hanno utilizzato la definizione più rigida di astinenza descritta in ogni singolo studio compresi i dosaggi biochimici se disponibili e validati. Nell’analisi dei dati i soggetti persi all’osservazione (per qualunque motivo) sono stati considerati come fumatori.
Risultati principali. Sono stati identificati 24 studi. Sono emersi dati confrontabili solo per interventi di agopuntura comparati contro la simulazione dell’agopuntura. L’odds ratio (OR) per la cessazione dal fumo nel breve periodo (entro 6 settimane) era pari a 1,36 (intervalli di confidenza 95% da 1,07 a 1,72); tuttavia gli studi erano eterogenei e i risultati fortemente influenzati da un singolo studio positivo. La significatività statistica dell’intervento agopuntura veniva persa sia se la misura di associazione OR veniva calcolata in modo più conservativo (random effect) sia se veniva rimosso, dall’analisi complessiva dei risultati, lo studio di maggior peso e alla base dell’eterogenità.
Nel confronto tra agopuntura e simulazione dell’agopuntura non sono emerse differenze di efficacia nel lungo periodo (tra 6 e 12 mesi).
Non sono emerse prove di efficacia coerenti tra gli studi che dimostrassero la superiorità dell’agopuntura rispetto all’assenza di trattamento o ad altri interventi somministrati per la cessazione del fumo. Nessuna tecnica di agopuntura sembra più efficace quando confrontata con altre tecniche di agopuntura per smettere di fumare.
Conclusioni dell’autore. Non ci sono prove chiare che l’agopuntura, la digitopressione, la laser terapia e l’elettrostimolazione siano efficaci per smettere di fumare, tuttavia le problematiche metodologiche osservate negli studi inclusi non consentono di trarre conclusioni certe. Sono giustificate ulteriori ricerche sull’utilizzo dell’agopuntura e sull’uso di altre tecniche di stimolazione.
Gruppo: Dipendenza dal fumo
Fonte: White AR et al. Acupuncture for smoking cessation. The Cochrane Database of Systematic Reviews 2002, Issue 2. Art No: CD000009. DOI: 10.1002/14651858.CD000009
Data: 22 aprile 2002
Traduzione: Simona Bertoglio
Revisione scientifica: Ivan Moschetti, Lorenzo Moja

Terapia sostitutiva con nicotina per la disassuefazione dal fumo

Detto in parole semplici

La terapia sostitutiva con nicotina (NRT) è orientata a ridurre i sintomi da astinenza associati alla interruzione del fumo. Il meccanismo di funzionamento degli NRT è quello di sostituire la nicotina assorbita attraverso il fumo di sigaretta. I trattamenti NRT sono disponibili sotto forma di gomme da masticare, cerotti cutanei, spray nasali, inalatori e compresse. La revisione degli studi ha trovato che tutte queste forme di NRT rendono più probabile che il tentativo di smettere di fumare abbia successo. Non ci sono prove che un tipo di NRT sia meglio di un altro. Le terapie NRT funzionano sia con, sia senza supporti psicologici al fumatore.

Riassunto completo della revisione

Tutte le forme di terapia sostitutiva mediante nicotina (NRT) possono aiutare le persone a smettere di fumare, raddoppiando i tassi di successo a lungo termine.
Lo scopo della terapia sostituiva con nicotina (NRT, nicotine replacement therapy) è quello di rimpiazzare la nicotina contenuta nelle sigarette con nicotina da preparati farmacologici. La somministrazione di nicotina nei fumatori favorisce la riduzione dei sintomi da astinenza associati alla fase di disassuefazione dal fumo, riducendo il desiderio di fumare.
Obiettivi. Gli obiettivi di questa revisione erano:

  • Determinare l’efficacia delle diverse forme di NRT (gomme da masticare, cerotti transdermici, spray nasali, inalatori e compresse) nel favorire la totale astinenza o la riduzione del numero di sigarette fumate;
  • Determinare se l’effetto dei trattamenti NRT è influenzato dal contesto degli studi inclusi, dal dosaggio o dal preparato farmacologico usato, o dall’intensità di eventuali interventi di supporto offerti ai fumatori (consigli generici, sostegno psicologico);
  • Determinare se la combinazione di più preparati NRT è più efficace della monoterapia;
  • Determinare l’efficacia della NRT rispetto ad altre terapie farmacologiche (per esempio bupropione).

Criteri di selezione. Studi randomizzati che confrontavano preparati NRT contro placebo o contro assenza di trattamento, oppure studi che paragonavano lo stesso preparato NTR a diversi dosaggi. Sono stati esclusi gli studi che non riportavano i tassi di interruzione dal fumo e quelli con follow up inferiore a sei mesi.
Strategia di ricerca. La ricerca degli studi è stata effettuata all’interno del Cochrane Tobacco Addiction Group trials register, nel marzo 2004.
Risultati principali. Sono stati identificati 123 studi; 103 confrontavano i preparati NRT contro placebo o con assenza di trattamento. L’odds ratio (OR) per interruzione con NRT rispetto al controllo era pari a 1.77 (intervalli di confidenza IC95%, da 1.66 a 1.88). L’OR per le diverse terapie NRT era; a) 1.66 ( IC95%, da 1.52 a 1.81) per le gomme da masticare; b) 1.81 (IC95%, da 1.63 a 2.02) per i cerotti, 2.35 (IC95%, IC: da 1.63 a 3.38) per gli spray nasali; c) 2.14 (IC95%, da 1.44 a 3.18) per gli inalatori di nicotina e; d) 2.05 (IC95%, da 1.62 a 2.59) per le compresse di nicotina sublinguali. Questi valori erano ampiamente indipendenti dalla durata della terapia, dall’intensità degli interventi di supporto o dal contesto dove sono stati somministrati i preparati NRT. Nei fumatori fortemente dipendenti emergeva che le gomme NRT da 4 mg erano significativamente più efficaci rispetto a quelle da 2 mg (OR 2.20, IC 95% da 1.85 a 3.25). Sono emerse prove limitate a favore dell’uso combinato di più preparati NRT rispetto alla monoterapia. Cerotti con dosaggi maggiori di nicotina erano associati a piccoli aumenti dei tassi di interruzione del fumo. Solo uno studio paragonava direttamente le terapie NRT con altre terapie farmacologiche (bupropione). In questo studio nei pazienti trattati con bupropione i tassi di interruzione del fumo erano più alti rispetto ai gruppi trattati con cerotti transdermici NRT o con placebo.
Conclusioni dell’autore. Tutti i tipi di terapia NRT disponibili in commercio (gomme da masticare, cerotti transdermici, spray nasali, inalatori e compresse sublinguali) sono efficaci come parte di una strategia per smettere di fumare. La terapia sostitutiva aumenta l’OR di interruzione del fumo di circa 1.5/2 volte, indipendentemente dalle caratteristiche del contesto clinico sperimentale. Le terapie con NRT appaiono efficaci indipendentemente dall’intensità degli interventi di supporto offerti al fumatore. L’intensità di questi trattamenti complementari, sebbene faciliti la probabilità di smettere di fumare, non è essenziale per il successo delle terapie NRT.
Gruppo: Cochrane Tobacco Addiction Group
Fonte: Silagy C et al. Nicotine replacement therapy for smoking cessation. The Cochrane Database of Systematic Reviews 2004, Issue 3. Art No: CD000146. DOI: 10.1002/14651858.CD000146.pub2
Data: 19 luglio 2004
Traduzione: Simona Bertoglio

 

Revisione scientifica: Ivan Moschetti, Lorenzo Moja

Interventi per smettere di fumare basati sull’esercizio fisico

Detto in parole semplici

L’esercizio fisico è comunemente consigliato dai medici specialisti e dal materiale di autoaiuto a disposizione come ausilio nello smettere di fumare. Undici studi hanno posto a confronto un programma basato sull’esercizio fisico associato a un programma di interruzione del fumo, oppure soltanto un programma basato sull’esercizio fisico, con un programma di interruzione del fumo da solo oppure con un programma di interruzione del fumo associato a programmi di educazione sanitaria. I risultati di questi studi non sono stati combinati in quanto questi ultimi avevano utilizzato differenti tipi di programmi d’esercizio fisico e differivano anche per quanto riguardava la durata del follow up. In uno studio caratterizzato da una differenza relativa ai tassi di interruzione di significatività statistica limite, la componente di esercizio fisico ha determinato quasi il raddoppio della probabilità che a distanza di 12 mesi i partecipanti non stessero fumando.

Riassunto completo della revisione

Un solo studio ha fornito prove che un programma basato sull’esercizio fisico consenta a un maggior numero di fumatori di smettere di fumare sul lungo periodo rispetto a quanto accade ricorrendo soltanto a un sostegno mirato all’interruzione del fumo.
Fare esercizio in maniera regolare può aiutare chi sta smettendo di fumare modulando l’interruzione dell’apporto di nicotina e il desiderio di questa sostanza.
Obiettivi. L’obiettivo della revisione era stabilire se interventi basati sull’esercizio, da soli o insieme a un programma di interruzione del fumo, fossero più efficaci del solo intervento di interruzione del fumo.
Strategia di ricerca. Nel luglio 2004, l’autore ha cercato studi dove comparissero i termini “esercizio” o “attività fisica” nel Cochrane Tobacco Addiction Group Specialized Register. Nell’agosto 2004 ha condotto una ricerca in MEDLINEhttp://www.ncbi.nlm.nih.gov/entrez/query.fcgi?DB=pubmed e http://medlineplus.gov/" />, EMBASE, PsycINFO, Dissertation Abstracts, SPORTDiscus e CINAHL.
Criteri di selezione. Sono stati inclusi studi randomizzati che ponessero a confronto un programma di esercizio da solo o un programma di esercizio come integrazione a un programma di interruzione del fumo con un programma di interruzione del fumo, reclutando fumatori o soggetti che avevano smesso di fumare da poco tempo e con controlli dopo almeno 6 mesi.
Raccolta e analisi dei dati. Sono stati estratti dati inerenti le caratteristiche degli studi e gli esiti relativi al fumo. I risultati sono stati esposti in maniera narrativa poiché l’eterogeneità degli studi non ha consentito di condurre una metanalisi.
Risultati principali. L’autore ha identificato 11 studi, 6 dei quali condotti su meno di 25 soggetti per braccio di trattamento e globalmente variabili in termini di durata e intensità dei programmi di interruzione del fumo e dell’esercizio. Tre studi hanno mostrato tassi di astinenza significativamente più elevati alla conclusione del trattamento in un gruppo attivo fisicamente rispetto a un gruppo di controllo. Uno di questi studi ha anche messo in luce al follow up a distanza di tre mesi un significativo effetto positivo sull’astinenza da parte dell’esercizio rispetto al controllo e, al follow up dei 12 mesi, un effetto positivo dell’esercizio di significatività statistica limite (P=0,05). Uno studio ha mostrato tassi di astinenza significativamente maggiori relativamente al gruppo che praticava esercizio rispetto al gruppo di controllo al follow up a distanza di 3 mesi, ma non alla conclusione del trattamento o al follow up a distanza di 12 mesi. Gli altri sudi non hanno portato alla luce alcun effetto significativo sull’astinenza da parte dell’esercizio.
Conclusioni dell’autore. Solo uno degli 11 studi ha fornito prove del fatto che l’esercizio fisico aiuti a smettere di fumare come è possibile controllare a distanza di 12 mesi. Tranne uno, tutti gli altri studi avevano dimensioni troppo piccole per poter escludere in maniera attendibile un effetto dell’intervento oppure contemplavano un intervento basato su di un esercizio di intensità insufficiente a raggiungere il livello desiderato di attività fisica. Sono necessari, dunque, studi condotti su campioni di maggiori dimensioni, con interventi basati su di un esercizio di intensità sufficiente, con eguali condizioni dei controlli e con misurazioni dell’adesione all’esercizio fisico.
Gruppo: Dipendenza dal fumo
Fonte: Ussher M et al. The Cochrane Database of Systematic Reviews 2006, Issue 1. Art. No.: CD002295. DOI: 10.1002/14651858.CD002295.pub2
Data: 3 settembre 2004
Traduzione: Diego Inghilleri

La riabilitazione basata sull’esercizio fisico per la cardiopatia coronaria

Detto in parole semplici

Un esercizio fisico regolare o l’esercizio accompagnato da un supporto psicologico e/o educativo possono ridurre la probabilità di morire di malattie cardiache.

La cardiopatia coronarica è una delle più comuni forme di malattia cardiaca. Colpisce il cuore diminuendo o bloccando il flusso di sangue che vi arriva. Questo può portare a una sensazione di difficoltà respiratoria, dolore al petto di breve durata quando si fanno sforzi (angina), e infarto. La riabilitazione cardiaca ha lo scopo di ripristinare lo stato di salute nei pazienti con cardiopatia coronarica attraverso un’attività fisica regolare, da sola o in associazione a altri interventi di supporto psicologico ed educativo. I risultati di questa revisione indicano che entrambe le forme di riabilitazione cardiaca possono ridurre la probabilità di morire per malattie cardiache. Sono necessarie tuttavia più ricerche in questo campo.

Riassunto completo della revisione

Un esercizio fisico regolare o l’esercizio accompagnato da un supporto psicologico e/o educativo possono ridurre la probabilità di morire di malattie cardiache.
L’impatto delle malattie cardiovascolari in tutto il mondo è una delle grandi preoccupazioni sia per i pazienti sia per le istituzioni sanitarie. La riabilitazione cardiovascolare ha lo scopo di migliorare lo stato di salute dei pazienti con malattie cardiache attraverso il solo esercizio fisico o l’esercizio fisico in associazione a altri interventi (supporto psicologico e educativo).
Obiettivi. Determinare l’efficacia dell’esercizio fisico da solo o come parte di un programma multistrutturato di riabilitazione cardiaca su mortalità, morbilità, qualità della vita e fattori di rischio modificabili, nei pazienti affetti da cardiopatia ischemica.
Criteri di selezione. Uomini e donne di tutte le età, reclutati in centri di cura o sul territorio, che abbiano avuto un infarto miocardico, o un intervento di bypass coronarico, o un’angioplastica (transluminale percutanea), o affetti da malattia coronaria diagnosticata tramite angiografia.
Risultati principali. Questa revisione sistematica ha permesso l’analisi di un ampio insieme di pazienti: da circa 4.500 nella prima analisi complessiva a 8.440 nell’insieme più numeroso, mentre 7.683 pazienti hanno contribuito all’esito mortalità totale (tutte le cause di morte). L’effetto per la mortalità totale riguardo all’esercizio fisico come unico intervento mostrava una riduzione del 27% per tutte le cause di morte (modello ad effetti random OR 0,73, IC 95% da 0,54 a 0,98). La riabilitazione cardiaca inserita in programma multistrutturato riduceva tutte le cause di morte in misura minore e non statisticamente significativa (OR 0,87 IC 95% da 0,71 a 1,05). La mortalità cardiaca (sottogruppo della mortalità totale) era ridotta, rispettivamente del 31% (modello ad effetti random OR 0,69, IC 95% da 0,51 a 0,94) nel gruppo sottoposto al solo esercizio fisico e del 26% (modello ad effetti random OR 0,74, IC95% da 0,57 a 0,96) nel gruppo sottoposto a un programma multistrutturato. Non sono state trovate prove di efficacia protettiva degli interventi sul verificarsi di infarti miocardici non fatali. Nel gruppo sottoposto a riabilitazione in un programma multistrutturato si manifestava una riduzione netta e significativa del colesterolo totale (differenza media ponderata modello ad effetti random -0,57 mmol/l, IC 95% da -0,83 a -0,31) e delle LDL (differenza media ponderata modello ad effetti random -0,51 mmol/l, IC 95% da -0,82 a -0,19).
Conclusioni dell’autore. La riabilitazione cardiaca basata sull’esercizio fisico è efficace nel ridurre le morti cardiache. Da queste revisione non emerge chiaramente se sia più efficace sulla mortalità totale (per qualunque causa) una riabilitazione basata unicamente sull’esercizio fisico o una riabilitazione comprensiva di più interventi. La popolazione in studio è di predominanza maschile, di mezza età e a basso rischio. L’etnia dei partecipanti è stata riportata raramente negli studi e differenti popolazioni possono avere un rischio cardiovascolare variabile. E’ possibile che i pazienti che avrebbero maggiormente beneficiato siano stati esclusi dagli studi sulla base di criteri di età, sesso o comorbidità.
Gruppo: Heart
Fonte: Jolliffe JA et al. Exercise-based rehabilitation for coronary heart disease. The Cochrane Database of Systematic Reviews 2001, Issue 1. Art No: CD001800. DOI: 10.1002/14651858.CD001800
Data: 22 gennaio 2001
Traduzione: Simona Bertoglio
Revisione scientifica: Ivan Moschetti, Lorenzo Moja

Farmaci antiaggreganti piastrinici e anticoagulanti per la prevenzione delle recidive di stenosi/occlusione dopo angioplastica periferica transluminale

Detto in parole semplici

L’arteriopatia periferica che interessa le arterie delle gambe può causare, progressivamente, dolore alle gambe durante la deambulazione, dolore a riposo, ulcere e gangrena a causa del ridotto flusso sanguigno. Per allargare e rendere pervia l’arteria interessata, viene utilizzato un catetere a palloncino che è inserito nell’arteria e gonfiato, tecnica chiamata angioplastica. Spesso, tuttavia, in seguito all’aggregazione delle piastrine e all’attivazione del processo di coagulazione nel vaso danneggiato (ateromatosi), si riformano restringimenti (stenosi/occlusione). Questa revisione di 14 studi clinici randomizzati è stata condotta per stabilire se un farmaco in particolare fosse più efficace di altri nella prevenzione della recidiva di un restringimento dell’arteria. L’aspirina (da 50 a 330 mg), associata o meno a dipiridamolo, ha ridotto l’incidenza della reocclusione a distanza di 6-12 mesi quando paragonata all’assenza di trattamento o ad antagonisti della vitamina K. Tre studi hanno messo in luce che dosi maggiori di aspirina non portavano alcun vantaggio sulle occlusioni precoci (nel lasso di tempo di un mese) e che, al contrario, avevano maggiori probabilità di causare effetti collaterali gastrointestinali e ulcera peptica. In uno studio, l’eparina a basso peso molecolare è risultata più efficace dell’eparina nell’arco di 6 mesi, senza causare un aumento dell’emorragia. Gli studi disponibili relativi ai nuovi potenti farmaci antiaggreganti piatrinici (ticlopidina, abciximab) erano pochi. In uno studio l’abciximab somministrato endovena a pazienti ad alto rischio tendeva a migliorare la pervietà precoce. Sono necessari risultati di studi randomizzati di grandi dimensioni.

Riassunto completo della revisione

Farmaci per ridurre l’aggregazione piastrinica e la coagulazione ematica (antitrombotici) mirati al mantenimento della pervietà dei vasi sanguigni dopo che le arterie ristrette sono state dilatate per il trattamento dell’arteriopatia periferica sintomatica.
L’arteriopatia periferica è trattata comunemente con l’angioplastica, eseguita con un catetere a palloncino. Tuttavia, spesso, insorgono recidive di stenosi/occlusione dei segmenti dilatati in relazione alla lunghezza del tratto occluso, al ridotto deflusso ematico dalla gamba, allo stadio di malattia e alla presenza di fattori di rischio cardiovascolari. Per prevenire la ricomparsa di occlusione, i pazienti sono trattati con sostanze antitrombotiche.
Obiettivi. L’obiettivo di questa revisione era stabilire se un farmaco antitrombotico in particolare fosse più efficace nel prevenire la ricomparsa di occlusione dopo angioplastica periferica transluninale rispetto a un altro farmaco antitrombotico, a nessun trattamento, a placebo o ad altri farmaci vasoattivi.
Strategia di ricerca. Gli autori hanno condotto una ricerca nel registro degli studi del Cochrane Peripheral Vascular Diseases Group (data dell’ultima ricerca aprile 2004), nel Cochrane Central Register of Controlled Trials (CENTRAL, numero 2, 2004), in MEDLINE e in EMBASE (data dell’ultima ricerca giugno 2004).
Criteri di selezione. Gli studi randomizzati sono stati classificati come A (in doppio cieco o in cieco semplice) o B (non in cieco). I partecipanti erano costituiti da pazienti affetti da arteriopatia periferica sintomatica trattata per mezzo di rivascolarizzazione transluminale delle arterie pelvica o femoropoplitea. Gli interventi consistevano nella somministrazione di farmaci anticoagulanti, antiaggreganti piastrinici o di altra terapia vasoattiva posta a confronto con nessun trattamento, placebo o altro farmaco vasoattivo. Gli endpoint clinici erano rappresentati da recidiva di ostruzione, amputazione, morte, infarto miocardico, ictus e sanguinamento rilevante.
Raccolta e analisi dei dati. Sono stati raccolti dati inerenti il numero di pazienti, il trattamento, il disegno dello studio e la sua classificazione, l’occultamento dell’allocazione all’uno o all’altro trattamento a confronto e le caratteristiche dei pazienti. L’analisi è stata condotta utilizzando dati raccolti in base al principio dell’intenzione al trattamento. Per esaminare gli effetti di esiti dicotomici come l’amputazione e il sanguinamento rilevante, sono stati calcolati gli odds ratio ricorrendo a un modello prestabilito dell’effetto. Infine, sono stati calcolati i limiti di confidenza al 95% delle dimensioni dell’effetto.
Risultati principali. Al follow up condotto a distanza di 12 mesi, è stata osservata una riduzione del 60% delle recidive di ostruzione con aspirina (acido acetil-salicilico, ASA) 330 mg associata a dipiridamolo (DIP) rispetto al placebo. Trascorsi 6 mesi dall’angioplastica transluminale, nel caso di un trattamento con ASA nel dosaggio compreso tra 50 e 100 mg associata a DIP (356 pazienti), è stato osservato un effetto positivo sulla pervietà, benché tale risultato non abbia raggiunto la significatività statistica. L’associazione ASA/DIP tendeva ad essere più efficace sulla pervietà dopo angioplastica dell’arteria femoropoplitea rispetto agli antagonisti della vitamina K a distanza di 3, 6 e 12 mesi. Il trattamento con eparina a basso peso molecolare concomitante all’intervento sulle ostruzioni dell’arteria femoropoplitea ha determinato tassi di recidiva di stenosi/occlusione inferiori rispetto all’impiego di eparina non frazionata.
Conclusione degli autori. La somministrazione di aspirina in dosaggi compresi tra 50 e 300 mg iniziata prima di un trattamento angioplastico transluminale dell’arteria femoropoplitea sembra essere l’intervento più efficace e risulta sicura. Il clopidogrel potrebbe rappresentare un’alternativa, ma mancano dati in proposito; mentre l’abciximab potrebbe costituire un utile addizione in pazienti a elevato rischio sottoposti a prolungati interventi su tratti della femoropoplitea. L’eparina a basso peso molecolare sembra essere più efficace nel prevenire recidive di occlusione/stenosi rispetto all’eparina non frazionata.
Gruppo: Malattie vascolari periferiche
Fonte: Dörffler-Melly J et al. The Cochrane Database of Systematic Reviews 2006, Issue 1. Art. No.: CD002071. DOI: 10.1002/14651858.CD002071.pub2
Data: 21 ottobre 2004
Traduzione: Diego Inghilleri

Inserito da redazione il Gio, 08/02/2007 - 14:33