Negli USA l'oncologo sceglie la chemio in base al guadagno

Fonti
Health Affairs 2006: 25: 437.

Una ricerca svolta da studiosi delle università del Michigan e di Harvard ha dimostrato come il sistema di pagamento degli oncologi possa indurli a scegliere i farmaci per loro più remunerativi (e anche più costosi).

Lo studio ha riesaminato le cifre pagate da Medicare tra il 1995 e il 1998 per differenti schemi di chemioterapia e il tipo di trattamento ricevuto da 9.357 pazienti ultrasessantacinquenni affetti da cancro in stadio avanzato al polmone, alla mammella e al retto-colon.

I ricercatori hanno focalizzato la loro attenzione sui casi di cancro metastatizzato o diffuso, per i quali ci sono scarse prove che una chemioterapia funzioni meglio di un'altra e la scelta del tipo di trattamento è molto a discrezione del medico curante.

Lo studio porta alla netta conclusione che, almeno in quegli anni, gli oncologi tendessero a basare le loro scelte terapeutiche sulla base del ritorno economico loro derivato dai vari schemi di chemioterapia.

In particolare emerge una differenza prescrittiva significativa tra gli oncologi dei centri universitari e quelli di studi privati territoriali.

I primi non hanno un vantaggio personale a prescrivere una chemioterapia per infusione (anzi hanno necessità di non effettuare chemioterapie fuori protocollo per tenere liberi i posti delle sale per fleboclisi per i pazienti che seguono i protocolli istituzionali), mentre i secondi hanno un vantaggio a somministrare chemioterapia infusionale piuttosto che per via orale.

Questo significa che nella terapia di prima linea del cancro metastatico della mammella nei centri universitari si prescrive la capecitabina per via orale nell’84-88% dei casi e solo nel 13% la terapia infusionale (in nessun caso il costoso docetaxel), mentre negli studi privati solo il 18% prescrive la non remunerativa capecitabina per via orale, mentre il 75% somministra terapia infusionale (e di questa per ben il 40% il docetaxel).

Il fatto è che per alcuni schemi di chemioterapia infusionale gli oncologi degli studi privati acquistavano direttamente il farmaco con sconti che potevano arrivare fino all’86% e venivano rimborsati dal sistema assistenziale per il costo di listino (cifra che superava di gran lunga il costo da loro sopportato).

Questa condizione, ritenuta un vero conflitto di interesse, ha messo in dubbio che quegli oncologi nella realtà basassero le loro scelte sulle raccomandazioni delle linee guida.

A loro giustificazione i medici hanno dichiarato che proprio quei profitti permettevano la gestione molto costosa dei loro studi, senza i quali i pazienti avrebbero dovuto rivolgersi all'ospedale, dove i costi sarebbero ancora più alti e meno convenienti per i pazienti.

Guido Giustetto

Inserito da redazione il Lun, 05/02/2007 - 00:00

Sono stata sottoposta a

Sono stata sottoposta a chemioterapia dopo il parere contrastante di oncologo e chirurgo oncologo...non so chi avesse ragione, ma ho sopportato 4 cicli di chemio con tutti gli annessi e connessi ed ora pare che le cose stiano bene. E se non l'avessi fatta? In questa giunla di pareri discordanti fin dove arriva l'interesse del medico e dove termina il diritto del paziente alla miglior cura?