Diabete: il conflitto si nasconde nei blog

Fonti
Lancet 2006; 368: 1641

Un richiamo all’attenzione sul mondo dei blog, soprattutto quando trattano di malati e malattie. Questo è quanto si propone Ivan Oransky - direttore editoriale di Scientist - con il resoconto della sua indagine sui diabetes bloggers pubblicato di recente su Lancet. Leggendo l'articolo, infatti, si scopre che sono ben 480.000 i blog che trattano l’argomento diabete (pur non in maniera esclusiva). Tra gli autori pochi medici, la maggior parte sono persone che vogliono condividere la propria esperienza di malati con quanti si trovano nelle stesse condizioni e che nei blog raccontano le proprie giornate, tra medicine, controlli, ma anche uscite la sera e viaggi.

Un fenomeno in forte crescita la cui importanza non è sfuggita alle case farmaceutiche.

Quest'estate, per esempio, la Eli Lilly ha assegnato il premio di giornalismo "Lilly forLife a Diabetes Mine" (http://www.diabetesmine.com/): 1.500 dollari più un viaggio tutto spesato a Indianapolis con visita al quartier generale dell'azienda. In un post la vincitrice ribadisce di non aver mai ricevuto un solo penny dalle case farmaceutiche per scrivere il suo blog, fatte eccezione per alcuni modelli di glucometro avuti in regalo nel corso di una conferenza sul diabete.

Ma da questo esempio e da altri raccolti nel corso dell'indagine, scrive Oransky, emerge come ai d-bloggers sfugga quanto sia importante rivelare la condizione di conflitto d’interesse in cui a volte si trovano. Addirittura alcuni credono che ricevere donazioni in denaro senza condizioni di alcun tipo, senza cioè che venga esplicitamente richiesto qualcosa in cambio, non sia una circostanza che può influenzare ciò di cui si scrive e, di conseguenza, non sia altrettanto necessario rivelarla.

«Questo fatto mette in luce una differenza critica tra i giornalisti tradizionali e i blogger» scrive il direttore di Scientist «che può creare un'opportunità per le industrie poco propizia», perché le industrie farmaceutiche sanno che i blog sono ormai un vero e proprio mezzo di comunicazione di massa che, data la diffusione di certe malattie, raggiunge decine di migliaia di persone e di riflesso fa anche informazione.

Inoltre, diversamente da alcuni siti istituzionali e non, i blog non sono sottoposti a controlli e a regole di alcun tipo, neanche deontologiche. Vige la libertà di pensiero del singolo individuo e il pericolo che si infiltri pubblicità occulta e ingannevole, magari sotto la veste di un toccante malato di diabete, appare più che reale.

Il fenomeno, anche se per ora non in campo medico, esiste già: sono i cosiddetti fake blogging, in gergo detti flogging. Di recente è stato smascherato quello ideato dalla catena di negozi Wal-Mart: in apparenza un blog creato da una normalissima coppia che girava l'America facendo foto a impiegati Wal-Mart felici e contenti. In realtà l'autore era un fotografo del Washington Post e tutta l'operazione era un'idea dello staff di public relation dell'azienda, che ha prontamente oscurato il blog, dopo lo scandalo.

Se le aziende creano blog disonesti» conclude Oransky «spero che si possa scoprire in fretta. Non mi aspetto di credere a tutto quello che si legge sul Web, ma aumentare la verosimiglianza sarebbe già una buona cosa».

Caterina Bortolini

Inserito da redazione il Sab, 02/12/2006 - 00:00