Business e marketing sull’obesità

Fonti
Nature 2005, 437: 618-19;
Lancet 2005, 365: 1389-1397

L’obesità rappresenta uno dei peggiori pericoli per la salute, ma tra pochi mesi potrebbe finalmente arrivare il farmaco che risolverà ogni problema? E’ questo il succo di un articolo apparso su Nature, la rivista scientifica che al mondo ha il maggior impact factor, indice indiscusso di autorevolezza. I contenuti però questa volta ricordano più i lanci promozionali di un prodotto che una corretta informazione scientifica.

Argomento della sezione Business della rivista d’oltremanica è l’imminente approvazione da parte della FDA del rimonabant, una molecola che promette di calmare l’appetito, far perdere peso, abbassare i livelli di colesterolo e di glicemia e persino aiutare a smettere di fumare agendo sul sistema endo-cannabinoide, responsabile del senso di gratificazione dato dai cibi appetitosi e dal fumo.

Una sorta di panacea, insomma, descritta dall’autrice dell’articolo, Meredith Wadman (una collaboratrice free-lance del giornale) come la futura “blockbuster weigth-loss pill”. L’articolo cita nome commerciale della molecola e azienda produttrice nelle prime righe e subito passa a elencare gli “impressive results” emersi dal primo trial conclusosi, il RIO-Europe (dove l’acronimo sta per Rimonabant In Obesity).

In realtà, se si legge lo studio citato e pubblicato su Lancet, si scopre che la sperimentazione non è ancora terminata (la durata prevista, come si legge anche nel materiale informativo dell’azienda farmaceutica che lo produce, è di due anni) e che gli autori hanno pubblicato i dati preliminari emersi a un anno dall’avvio. Come sottolinea la stessa Wadman, “il tempismo dell’azienda non poteva essere più appropriato, visto che da settimana scorsa l’OMS ha annunciato che nel mondo sono oltre un miliardo le persone in sovrappeso”. In realtà l’articolo è apparso su Lancet solo lo scorso aprile, mentre l’allarme era stato lanciato dall’OMS nel 2004, più o meno nello stesso periodo in cui i dati in questione venivano presentati al Congresso della European Society of Cardiology. E se si continua a leggere la rubrica di Nature, infatti, si scopre una curiosa somiglianza con il comunicato stampa diffuso dall’azienda produttrice proprio in merito al Congresso.

L’autrice cita il dato più importante, il calo di peso verificatosi in un anno tra le oltre trecento persone che hanno assunto il farmaco nella dose maggiore: una perdita media di 8,6 chilogrammi che però nell’articolo originale risulta essere di 6,6. Non si tratta in realtà di un errore, come si scopre leggendo il testo completo dei ricercatori: la prima fase dello studio, infatti, consisteva in un cosiddetto “run-in” (una sorta di pre-studio) di quattro settimane, durante il quale a tutti i partecipanti era stato somministrato il placebo, oltre alla dieta ipocalorica. Al termine di questo periodo si era verificato un calo medio di 1,9 chilogrammi, che, se sommato al dato riportato nell’abstract, restituisce all’incirca il dato citato dalla giornalista e, guarda caso, dalla cartella stampa, interessata a far perdere più chili. Di dichiarazione di conflitti di interesse, invece, al termine dell’articolo della Wadman, neanche l’ombra, così come mancano del tutto le indicazioni bibliografiche.

Nell’articolo ci sono anche poche righe sugli effetti collaterali – “nausea, capogiri e diarrea, ma di modesta entità” – eppure se si legge il testo dello studio originale si scopre che nel gruppo che assumeva la dose maggiore di rimonabant (20 mg), si è verificato il maggior numero di abbandoni per eventi avversi (da 599 a 363) legati non solo a quelli citati, ma anche ad ansia e disturbi depressivi. D’altra parte, come ha sottolineato di recente sull’Espresso Gianluigi Gessa dell’Università di Cagliari, uno dei massimi esperti sul sistema nervoso endo-cannabinoide, “il rimonabant è il più potente inibitore dei recettori dei cannabinoidi, responsabili del senso di gratificazione dato dai cibi appetitosi e dal fumo. Bloccare queste sostanze e la loro azione vuol dire togliere la dipendenza, tuttavia intervenire su di esse può provocare disturbi sulle funzioni che regolano, tra cui anche il sonno, il desiderio sessuale e l’oblio dei ricordi spiacevoli”.

Nell’articolo di Nature è lasciato poco spazio alle voci critiche o dubbiose, appena qualche riga prima di una conclusione che preannuncia come il rimonabant potrebbe presto avere “lo scrigno della medicina per l’obesità tutto per sé”. Non per niente la sezione in cui è stato pubblicato l’articolo si chiama “Business”, e si sa che tra business e marketing il passo è breve.

Simona Calmi, Pietro Dri

Inserito da redazione il Mar, 18/10/2005 - 23:00