Le cattive azioni della finanza

Fonti
Gewin V. Nature 2005; 437: 191
Steinbrook R. N Engl J Med 2005; 353: 1091
Editorial. Lancet 2005; 366: 781

Il mondo della finanza statunitense, in particolare quello legato ai fondi di investimento, ha scoperto quanto possano essere utili le consulenze di medici e ricercatori per indirizzare i movimenti di capitali in campo biomedico.

A Wall Street, infatti, una chiacchierata di un’ora con un professore universitario può valere da duecento fino a qualche migliaia di dollari: il prezzo varia a seconda dell’importanza dell’esperto, dell’argomento della conversazione (un determinato studio ancora in corso o gli effetti collaterali di un farmaco, per esempio), della sua posizione nei confronti dell’industria farmaceutica e delle informazioni fornite.

Pochi spiccioli, comunque, in confronto ai milioni di dollari che possono essere guadagnati (o salvati) grazie a una dritta ottenuta al momento giusto e che permetta, per esempio, di vendere le azioni di una casa farmaceutica prima che uno scandalo ne faccia precipitare il prezzo, oppure di comprarne decine di migliaia se i dati non ancora pubblicati su un farmaco in sperimentazione risultano particolarmente promettenti.

Ma si tratta sempre di comunicazioni lecite? A giudicare dallo scandalo scoppiato in questo ultimo periodo, si direbbe proprio di no.

Lo scorso agosto, infatti, il Seattle Times ha riferito di aver scoperto almeno «26 casi in cui medici e ricercatori si sarebbero lasciati sfuggire con gli esperti di Wall Street dettagli confidenziali e critici sulle ricerche farmaceutiche in corso», violando non solo le norme di segretezza legate agli studi sponsorizzati dall’industria, ma soprattutto le leggi federali sull’insider trading, che vietano agli investitori di comprare o vendere azioni approfittando di informazioni riservate e, a chi ne è in possesso, di concedere questo tipo di soffiate (soprattutto dietro cospicui pagamenti).

Il Dipartimento di giustizia statunitense, su richiesta del capo della Commissione finanza del Senato, ha aperto un’inchiesta sui fatti denunciati, ma le compagnie finanziarie si difendono. Come ha dichiarato una delle più famose, il Gerson Lehrman Group (che tra i propri consulenti vanta ben quarantottomila medici e oltre dodicimila persone che lavorano in campo sanitario o biomedico), «gli scienziati partecipano perché apprezzano il valore della scienza quando gli investitori sono competenti e perché capiscono la grande attenzione che poniamo agli aspetti etici, contrattuali e alla gestione appropriata di questo tipo di rapporti».

Ma si tratta pur sempre di affari, come ha sottolineato un editoriale del New England Journal of Medicine, e visto che Gerson Lehrman deve soddisfare in primo luogo i propri clienti e considerato che gli incontri tra i consulenti e gli investitori sono privati, in realtà è impossibile sapere che cosa venga discusso.

Infatti, come ha descritto su JAMA Eric Topol – un cardiologo della Cleveland Clinic (Ohio) e in passato consulente a pagamento – le tecniche utilizzate dagli investitori per ottenere informazioni riservate sono diverse e possono essere più o meno dirette: a volte il ricercatore viene coinvolto in una chiacchierata amichevole sul tempo o sul baseball, e gli vengono poste poche domande mirate sull’argomento che realmente interessa all’interlocutore. Anche un rifiuto a rispondere, infatti, può fornire l’informazione cercata e il medico è convinto di non avere rivelato nulla di compromettente.

Le società medico-scientifiche corrono ora ai ripari, rivedendo le norme che regolano i rapporti tra medici e finanza e stabilendo standard etici dove non erano definiti. Ma come ha sottolineato lo stesso Topol, accusato peraltro dalla rivista Forbes di aver fornito informazioni confidenziali sui pericolosi effetti del Vioxx a un fondo che vendeva azioni Merck molto prima che scoppiasse lo scandalo, «riuscire a gestire il conflitto di interessi è impossibile».

Simona Calmi, Pietro Dri

Inserito da redazione il Gio, 13/10/2005 - 23:00