Vita difficile per la pillola del giorno dopo

Fonti
N Engl J Med 2005. 353; 12: 1197-1199;
N Engl J Med 2005. 352; 24: 2471-2473;
BMJ 2005. 330: 590-593

“Richiesta non accolta” o, meglio, “discussione rimandata”. E’ questa la decisione – ma meglio sarebbe chiamarla non decisione – della Food and Drug Administration, che da oltre due anni valuta se concedere o meno l’autorizzazione alla vendita senza prescrizione medica della pillola del giorno dopo. Già nel 2003, a dire il vero, la commissione di esperti riunita dall’ente americano votò quasi all’unanimità per il sì (23 favorevoli contro appena 4), eppure la contraccezione d’emergenza continua a non essere disponibile over the counter (vale a dire, come farmaco da banco), come invece avviene in Canada, ma anche in Francia, in Belgio o in Gran Bretagna.

La decisione è stata molto criticata dalle associazioni dei consumatori e dai movimenti femministi, che hanno sottolineato quanto possa essere complicato per una donna (soprattutto nel fine settimana e se non ha un ginecologo di fiducia a cui rivolgersi, ma ancora di più per le adolescenti) trovare un medico che prescriva la contraccezione di emergenza e una farmacia che ne sia provvista nel breve lasso di tempo di efficacia (72 ore dopo il rapporto non protetto), ma non solo.

Sul New England Journal of Medicine è apparso un editoriale (firmato da un professore universitario che aveva preso parte alla commissione del 2003 e dal direttore della rivista medica) che accusa apertamente l’FDA di non avere autorizzato la vendita senza ricetta a causa delle pressioni politiche conservatrici, visto che da oltre un anno sono disponibili chiare prove di efficacia e di sicurezza per il farmaco, oltre a uno studio inglese che ha verificato come la disponibilità della pillola del giorno dopo senza prescrizione non provochi un aumento dei rapporti sessuali non protetti, in particolare tra le adolescenti (punto, questo, molto temuto dall’FDA), né tantomeno una diminuzione del ricorso ai comuni metodi contraccettivi [vedi la rubrica Miti da sfatare].

Ancora una volta, insomma, piovono accuse sull’ente regolatore, anche se, in questo caso, la mancata indipendenza non sarebbe dovuta a interessi economici, ma a spinte ideologiche. Spinte che negli Stati Uniti stanno mettendo in allarme la comunità medico-scientifica, preoccupata dalle continue richieste da parte degli operatori sanitari di poter ricorrere all’obiezione di coscienza per giustificare il proprio rifiuto non solo a prestare una particolare pratica clinica che non approvano, ma persino a indicare alla donna un collega “non obiettore” o a fornire informazioni su ciò che non è condiviso.

Secondo Alta Charo, professore di Bioetica all’Università del Wisconsin, negli USA sarebbero almeno 45 gli stati che ammettono “clausole di coscienza”, e in alcuni di essi si sarebbero verificati episodi inquietanti che avrebbero per protagonisti non solo medici, ma persino farmacisti e altri operatori sanitari.

In un articolo pubblicato sempre sul New England Journal of Medicine, infatti, Charo racconta il caso di un farmacista del Wisconsin che avrebbe rifiutato la pillola del giorno dopo a una donna vittima di violenza sessuale (che, rimasta incinta, ha dovuto poi ricorrere all’interruzione della gravidanza), o quello di un suo collega, sempre nello stesso stato che, contrario alla normale pillola contraccettiva, si sarebbe rifiutato persino di rendere la ricetta alla donna che si era recata in farmacia per acquistarla. Comportamenti per il momento fuori legge, ma che risulterebbero legali se nel Wisconsin venisse approvata una proposta di legge secondo cui tutti gli operatori sanitari avrebbero il diritto di rifiutarsi di “prendere parte” in senso lato a ciò che non condividono secondo coscienza.

E in Italia? Lo scorso anno il Comitato nazionale di bioetica ha approvato l’obiezione di coscienza per la contraccezione di emergenza per medici di famiglia e ginecologi (“a quando per i farmacisti?” hanno commentato critiche le associazioni dei consumatori) e sono molti i medici che si rifiutano di prescriverla e le farmacie che, anche dietro presentazione della ricetta, si dichiarano sprovviste.

L’eventualità di renderla un prodotto da banco, acquistabile al pari di un’aspirina o uno sciroppo per la tosse, sembra ancora fantascienza nel nostro paese, mentre è realtà in molti stati europei. In Francia, addirittura, viene distribuita gratuitamente nelle scuole superiori.

Il dibattito tra i medici, comunque, è acceso, come emerge dalla lista di discussione di medicina MIR, nella quale i messaggi su questo argomento sono stati numerosi. Se da un lato c’è chi difende la propria posizione, affermando che la pillola avrebbe un effetto abortivo (perché se non riesce a bloccare l’ovulazione, impedisce l’annidamento dell’ovulo fecondato), dall’altro c’è chi fa appello alle prove scientifiche di efficacia e di sicurezza, ribadendo che le convinzioni religiose non dovrebbero influenzare le scelte professionali, soprattutto se ciò va a discapito dei pazienti.

Come si domanda Charo, sul New England Journal of Medicine, fino a che punto i professionisti hanno il dovere di fornire un accesso non discriminante ai servizi medici per tutti?

Simona Calmi, Pietro Dri

Inserito da redazione il Lun, 03/10/2005 - 23:00