Bioetica e soldi

Fonti
Lancet 2005; 366: 422-24

“Le dichiarazioni di conflitto di interessi issano una bandiera rossa e vanno mantenute, ma non possono fare nulla per eliminare il vero problema dei finanziamenti ricevuti dalle industrie, che non è la segretezza, ma l’influenza esercitata ”.

Carl Elliott - professore del Centro di Bioetica dell’Università del Minnesota - non intende mettere sotto accusa tutta la ricerca sponsorizzata da chi i farmaci li produce, ma ha le idee chiare sugli studi di bioetica finanziati dalle aziende ed è convinto che “le riviste specialistiche dovrebbero rifiutarsi di pubblicarli”.

In gioco, secondo quanto l’esperto afferma su Lancet, ci sarebbe la credibilità della disciplina, che ha assunto negli ultimi anni un peso e un’importanza sempre maggiori: chiamati a giudicare la condotta o le azioni delle industrie, i bioetecisti fanno parte delle commissioni di vigilanza e degli enti regolatori in materia di ricerca clinica, consigliano i politici in campo sanitario e decidono quali protocolli autorizzare ad avviare la sperimentazione.

Non sorprende, dunque, che l’interesse delle aziende sia aumentato di pari passo e che negli ultimi tempi i fondi destinati ai centri di ricerca di bioetica siano diventati sempre più cospicui. Ciò ha portato alla comparsa sulle riviste specialistiche di diversi studi “discutibili”, come quello sponsorizzato dalla Eli Lilly sull’etica di arruolare i “senza-casa” nei trial clinici o quelli di Glaxo, Merck e Pfizer sulle ricerche condotte nei paesi in via di sviluppo. O, ancora, di articoli che valutano l’attendibilità dei trial nei quali si mettono a confronto antidepressivi e placebo e che sono finanziati dalle case che vendono questi stessi farmaci. Tutti corredati, come deve essere, dalla dichiarazione di conflitto di interesse.

Ma quanto sarebbe credibile un critico cinematografico che dichiarasse, in calce alla recensione di un film, di aver ricevuto compensi dagli stessi produttori della pellicola? Quanti lettori prenderebbero sul serio il suo giudizio? Per questo motivo i giornali, ed Elliott cita come esempio la politica del Washington Post, vietano che questo possa accadere, come pure non ammettono che i commentatori finanziari accettino denaro dalle compagnie che sono chiamati a valutare. “I giornali l’hanno capito da anni”, afferma, “e gli editori dei giornali medici e di bioetica dovrebbero adottare una condotta simile”.

Dichiarare di aver ricevuto compensi, insomma, non basterebbe a salvare la faccia se, come sottolinea ironicamente, “persino la discussione sui conflitti di interesse è contaminata dai conflitti di interesse”. Di recente, infatti, l’American Journal of Bioethics ha pubblicato un articolo sull’etica di accettare regali dalle case farmaceutiche che era esso stesso finanziato dalla Pfizer, mentre l’American Association’s Council on Ethics and Judicial Affairs ha lanciato un progetto di ricerca sullo stesso argomento, sponsorizzato con 675.000 dollari delle industrie.

Ma, ancora più allarmante, nella commissione d’inchiesta nominata dal National Institute of Health (NIH) in seguito allo scandalo suscitato dai legami segreti tra diversi ricercatori dell’ente e l’industria, figuravano l’amministratore delegato di una fabbrica d’armi, un dirigente di una compagnia assicurativa, il vice-presidente di una società privata che fornisce servizi sanitari e, guarda caso, il direttore dell’Ethics Resource Center di Washington, fondato dalla Merck. “È difficile” continua Elliott, “che queste persone ispirino fiducia in quanti temono che il NIH sia troppo vicino all’industria privata”.

Rifiutarsi di pubblicare gli studi sospetti basterebbe a risolvere il problema dell’influenza degli sponsor? “Forse no” conclude “ma avrebbe un effetto simbolico e obbligherebbe i bioeticisti a compiere una scelta: o rinunciare ai compensi delle aziende o smettere di scrivere articoli accademici sulla condotta dei propri finanziatori”.

Simona Calmi, Pietro Dri

Ultimo aggiornamento 25/8/2005

Inserito da redazione il Gio, 25/08/2005 - 23:00