Un film denuncia

Fonti
Lenzer J. BMJ 2005; 330: 911
Ferner RE. BMJ 2005; 330: 855.

Non bastavano gli scandali di questi ultimi anni a gettare ombre sulla condotta delle case farmaceutiche, adesso è la volta di un film, un vero atto d’accusa scritto e diretto da chi, con queste aziende, ha lavorato per molto tempo.

Kathleen Slattery-Moschkau - un’informatrice del farmaco pentita - dopo dieci anni di onorata carriera presso la Bristol-Myers Squibb e la Johnson&Johnson ha rinunciato a uno stipendio da 100.000 dollari, alla macchina e alla carta di credito aziendali per debuttare nelle sale cinematografiche degli Stati Uniti con un film autobiografico e volutamente ironico di cui è stata anche produttrice (pur di evitare che il copione venisse riscritto e alleggerito).

Side Effets (in italiano, Effetti collaterali, vai al sito del film ) non farà forse registrare il tutto esaurito nelle sale, ma denuncia senza mezzi termini i metodi e i mezzi a dir poco discutibili che le aziende utilizzerebbero per far aumentare le prescrizioni e le vendite.

La prassi? Verità sugli effetti collaterali tenute ben nascoste e benefici ingigantiti a dismisura, regali di ogni tipo e liste segrete in cui viene registrato il numero di prescrizioni effettuato da ogni medico per singolo prodotto.

«Quando entravo nello studio di un medico», ha dichiarato al British Medical Journal la Slattery-Moschkau, «ero armata e pericolosa».

Perché, allora, le dimissioni? «Facevo fatica a guardarmi allo specchio, la ricerca del profitto a volte va a discapito delle vite dei pazienti».

Non hanno gradito, come prevedibile, le case farmaceutiche. Il portavoce della Pharmaceutical Research and Manufactures in America, Jeff Trewhitt, ha infatti paragonato il film a una fiction televisiva e ha criticato l’immagine degli informatori che ne emerge. «Queste persone ricevono corsi di formazione molto seri e accurati per essere pronti a rispondere a ogni domanda sui farmaci», ha aggiunto. Eppure, sottolinea la regista, «la maggior parte delle persone con cui ho lavorato erano laureati in storia o in recitazione» e lei stessa è laureata in scienze politiche. Più che il background scientifico, insomma, conterebbero le doti di venditore, il fascino personale e la capacità di essere persuasivi quando si è a tu per tu con lo specialista.

Doti che premiano se, come emerge da diversi studi, dopo ogni visita si registra un’impennata nelle prescrizioni e anche il gadget più insignificante sembra avere un effetto sul numero di ricette compilato (per non parlare dei regali più importanti).

Tra i medici, tuttavia, è in aumento il grado di consapevolezza e il desiderio di una maggiore trasparenza nei rapporti con le case farmaceutiche. NoFreeLunch (letteralmente, niente pranzi gratuiti) ne è un esempio: presente negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, questa associazione promuove infatti regole comportamentali rigorose nei confronti dei rappresentanti delle aziende, invitando a rifiutare qualsiasi tipo di regalo o compenso.

E in Italia? Da circa un anno si è costituito un gruppo spontaneo di operatori sanitari che si ispira al modello anglosassone e si è dato un nome altrettanto esplicito, NoGraziePagoIo. Obiettivo principale è la sensibilizzazione sui conflitti di interesse, «un tema che nel nostro paese è ancora spesso un tabù, poiché manca un dialogo sereno e approfondito», sottolinea la coordinatrice del gruppo, Luisella Grandori.

Tra i progetti in corso, è partita da qualche mese la sperimentazione sugli incontri con gli informatori farmaceutici: al posto del solito faccia a faccia nello studio, il rappresentante dell’azienda fissa un appuntamento con cinque o sei medici per volta e concorda in anticipo l’argomento che tratterà. «In questo modo si ha il tempo di documentarsi e preparare una bibliografia indipendente sul tema», sottolinea la Grandori. Il risultato? «Più che soddifacente. Si guadagna in dignità e trasparenza, e l’incontro si trasforma in un’occasione di approfondimento e dibattito».

Simona Calmi, Pietro Dri

Inserito da redazione il Dom, 24/07/2005 - 23:00