Bambini cavie senza tutela

Fonti
Solomon J. AP: Feds tested AIDS drugs on foster kids
Doran J. New York’s HIV experiment. BBC news

L’Associated Press statunitense ha denunciato una vicenda sconcertante – definita dall’Alliance for Human Research Protection “uno scandalo nazionale” (http://www.ahrp.org/infomail/05/05/04) – che torna a far discutere di sperimentazione clinica sui minori e di mancato rispetto dei basilari principi etici che la regolamentano.

Non si tratta, per una volta, di ricerche avviate nei paesi in via di sviluppo (dove queste notizie sono purtroppo frequenti), ma di sperimentazioni condotte negli Stati Uniti a partire dagli anni Ottanta fino ai giorni nostri.

Secondo quanto emerso dall’inchiesta portata a termine dall’agenzia di stampa, infatti, i ricercatori avrebbero sperimentato nuovi farmaci per la cura dell’AIDS su centinaia di bambini affidati ai servizi sociali perché orfani o strappati alle famiglie, senza tuttavia assicurare loro il supporto di un tutore legale che potesse fornire un consenso informato e vigilasse sui pericolosi effetti collaterali.

Ad aggravare ulteriormente la vicenda è la provenienza dei fondi utilizzati per le ricerche: il National Institute of Health. Non si tratta, dunque, di ricerche condotte da case farmaceutiche prive di scrupoli, ma di trial portati a termine da istituzioni finanziate con i soldi dei contribuenti senza che nessuno abbia tuttavia vigilato sul rispetto delle leggi e delle norme etiche che stabiliscono che i pazienti (o chi ne esercita la tutela) siano pienamente informati riguardo ai rischi legati ai trial e non subiscano alcuna forma di pressione.

Tra i metodi usati per “forzare” l’arruolamento viene spesso citata l’offerta di cure altrimenti inaccessibili, guarda caso proprio l’argomento usato dai ricercatori per la propria difesa: secondo gli autori degli oltre quaranta studi sotto accusa, infatti, questi bambini (molto poveri e in gran parte di origine ispanica o africana) sarebbero rimasti esclusi dalle terapie all’avanguardia. E aggiungono, a sostegno della propria tesi, che il tasso di mortalità per AIDS in queste fasce svantaggiate è diminuito notevolmente negli ultimi anni.

Eppure in diversi studi i piccoli pazienti senza famiglia (a volte anche neonati) sono stati coinvolti in sperimentazioni che comprendevano le fasi I e II (le più rischiose perché volte a valutare la tossicità delle molecole) e che prevedevano la somministrazione di “cocktail” di farmaci approvati singolarmente solo per gli adulti, al fine di comprendere gli effetti dell’associazione e stabilire i dosaggi più appropriati per le cure pediatriche.

Il risultato? Moltissimi bambini hanno sofferto di effetti collaterali gravi, e in alcuni trial il tasso di mortalità sarebbe stato definito dagli stessi autori “preoccupante”. Ma perché, allora, sebbene promesso spesso per iscritto e previsto dalle leggi federali, nessuno ha nominato un tutore legale per questi bambini?

L’autorizzazione all’arruolamento dei piccoli veniva data agli autori dello studio direttamente dalle agenzie di stato, che esercitavano la patria podestà sui minori, e i ricercatori hanno dichiarato che non sembrava loro di esporre i piccoli pazienti a rischi tali da richiedere la nomina di rappresentanti legali. “La nostra convinzione era che non ci fosse bisogno di tutori”, questa la risposta secca di Marilyn Castaldi, portavoce del Columbia Presbyterian Mediacal Center di New York, centro coinvolto nello scandalo.

Non è dello stesso avviso, tuttavia, l’Office for Human Research Protection che, creato allo scopo di proteggere i partecipanti ai trial clinici in seguito allo sconcerto suscitato dall’ignominioso Tuskegee study (nel quale dal 1930 al 1972 quasi quattrocento uomini di colore affetti da sifilide vennero lasciati morire senza alcuna cura per studiare il decorso naturale della malattia) ha aperto un’indagine sulla vicenda e vuole vederci chiaro.

Simona Calmi, Pietro Dri

Ultimo aggiornamento 19/6/2005

Inserito da redazione il Dom, 19/06/2005 - 23:00