Riviste mediche in conflitto

Fonti
PLOS Medicine May 2005, vol 2, issue 5; PLOS Medicine Mar 2005, vol 2, issue 3

“Le riviste mediche dovrebbero criticare i trial clinici, non pubblicarli”. A sostenere la tesi provocatoria non è l’ennesima associazione di consumatori agguerriti contro le case farmaceutiche, ma Richard Smith, ex direttore del British Medical Journal, l’importante rivista medica d’oltremanica. Dopo 25 anni trascorsi a pubblicare ricerche sponsorizzate dall’industria – di cui gli ultimi 13 passati al vertice di tutto il gruppo editoriale legato al BMJ– Smith definisce i giornali medici “un’estensione delle strategie di marketing delle compagnie farmaceutiche” e accusa le aziende di pilotare gli studi clinici in modo da ottenere solo risultati favorevoli.

“I direttori delle riviste si stanno rendendo sempre più conto di quanto siano stati manipolati, e si stanno ribellando, ma devo ammettere che ho impiegato un quarto di secolo per svegliarmi e capire quello che stava accadendo”, ha scritto Smith su PLOS Medicine, il giornale online ad accesso gratuito della Public Library of Science, del cui comitato direttivo l’ex direttore del BMJ è entrato a far parte dopo aver dato le dimissioni dalla rivista, nel 2004.

Nata allo scopo di rendere accessibile a chiunque la letteratura medico-scientifica, PLOS è un’organizzazione no-profit di scienziati e medici che promuove la trasparenza nel campo della ricerca, pubblica online gli studi originali dopo aver vagliato con attenzione l’esistenza di possibili conflitti di interesse ed è sostenuta economicamente da fondazioni scientifiche private .

Sebbene l’esempio più evidente della dipendenza della stampa specializzata dall’industria farmaceutica sia la pubblicità, secondo Smith questa sarebbe la forma meno compromettente: “Le pubblicità sono spesso ambigue, ma sono lì per essere viste e criticate”. Secondo l’ex direttore, invece, pubblicare i trial clinici sarebbe molto più “vantaggioso”: una ricerca favorevole vale migliaia di pagine di pubblicità, perché riceve l’approvazione della rivista e viene diffusa dai mass media in tutto il mondo, grazie alle anticipazioni dei giornali e ai prolifici uffici stampa delle aziende farmaceutiche. Ma a guadagnarci non sono solo queste ultime: gli editori sanno bene che l’azienda acquisterà ristampe degli articoli per un valore di migliaia e migliaia di dollari (e il margine di profitto sulle ristampe si aggira intorno al 70 per cento), risollevando il bilancio della rivista: “Un editore si trova così di fronte a uno spietato conflitto di interesse: pubblicare uno studio che porterà centomila dollari di profitto o raggiungere il budget di fine anno licenziando un redattore?”.

Rimane tuttavia aperta la questione delle “armi” che un’industria farmaceutica ha a disposizione per ottenere i risultati che desidera e che ripaghino di tutto il denaro investito in un ampio trial clinico senza comprometterne la credibilità. “Le compagnie non ottengono i risultati che vogliono falsificandoli” continua Smith, “poiché sarebbe un’operazione facilmente smascherabile dal processo di revisione tra pari a cui ogni articolo scientifico deve sottostare prima di essere pubblicato (la cosiddetta peer review)”. Gli studi sono spesso impeccabili dal punto di vista della metodologia, ma sono impostati in modo da porre le “domande giuste”: come confrontare la propria molecola contro trattamenti noti per essere inferiori, oppure contro farmaci simili ma a dosi molto maggiori (se si vuole provare la maggior efficacia del proprio) o molto minori (se si vuole una dimostrazione di minore tossicità ed effetti collaterali). Questi sono solo alcuni tra gli esempi più semplici, ma i metodi possono essere anche molto più sofisticati e sottili, e funzionano: secondo un’analisi condotta nel 2003, infatti, gli studi sponsorizzati dalle aziende hanno una probabilità quattro volte superiore di dare risultati positivi rispetto a quelli che ricevono fondi da altri enti.

Lancia dunque la sua provocazione, l’ex direttore del BMJ: invece di pubblicare i trial, le riviste dovrebbero darne una descrizione critica, mettere in luce i finanziamenti e rendere disponibile online il protocollo e i risultati della ricerca. Prima ancora, però, Smith sottolinea la necessità di maggiori fondi pubblici per la ricerca in un campo delicato e importante come la salute dei cittadini.

Simona Calmi, Pietro Dri

Ultimo aggiornamento 29/5/2005

Inserito da redazione il Dom, 29/05/2005 - 23:00