Cannabis tra novità ed evidenze

All’inizio dello scorso gennaio il Colorado ha legalizzato la marijuana. A febbraio 2014, una sentenza della Corte costituzionale Italiana ha dichiarato incostituzionale la legge Fini-Giovanardi, la quale equiparava le cosiddette droghe leggere e pesanti, con arresti sino a venti anni per spaccio di Cannabis. Queste notizie di attualità offrono l’opportunità per discutere il rapporto tra evidenze scientifiche e politiche delle droghe.

Il primo punto di riflessione riguarda la distinzione tra droghe “leggere” e “pesanti”. Come recentemente ha fatto notare anche il professor Garattini (http://archivio.panorama.it/Garattini-Bene-cancellare-la-distinzione-tra...), parlare di droghe leggere e droghe pesanti è improprio,” le varie sostanze psicoattive [cioè, quelle sostanze - dette anche stupefacenti o nel linguaggio comune droghe - che sono in grado di alterare l'attività mentale e di indurre, in diverso grado, fenomeni di dipendenza, tolleranza e assuefazione] dal tabacco all’eroina, hanno tutte livelli diversi di tossicità che tuttavia assumono diversa gravità in rapporto con le caratteristiche personali ed il contesto in cui vengono consumate”.

Il problema di fondo, è che non ci sono droghe leggere e droghe pesanti ma solo usi leggeri e usi pesanti di droga. Tuttavia e purtroppo, questi termini utilizzati dai media hanno finito per colonizzare anche il settore della clinica delle dipendenze. Molto spesso anche gli addetti ai lavori utilizzano questi impropri aggettivi. Ma è chiaro che non esiste una reale base scientifica per tale differenziazione. Essa nasce da un banale equivoco linguistico. I termini soft (tradotto leggero) e hard (tradotto pesante) relativi alle droghe hanno tratto origine dai luoghi dove le sostanze venivano consumate. Soft era relativo al campus universitario, luogo "leggero", dove si consumava hashish ma soprattutto marijuana, comunque Cannabis; mentre hard era riferito al Bronx, Harlem, luogo "pesante", dove si consumava eroina e cocaina.

Inoltre, la definizione di pericolosità o se si vuole di “pesantezza o leggerezza” delle varie sostanze psicoattive, non è, purtroppo, quasi mai legata agli effetti sulla salute delle sostanze stesse, basti pensare che nelle classifiche di potenziale rischio, il fumo di tabacco, i cui effetti dannosi sulla salute sono ampiamente dimostrati, continua ad essere considerata una sostanza più “leggera” di altre quali, ad esempio proprio la cannabis i cui effetti sulla salute sono quantomeno meno noti e che, nella maggior parte degli assuntori, prevede comunque una precedente abitudine al fumo di tabacco.

Nello specifico del dibattito oggi in corso, la cannabis è una droga, così come lo sono l’alcol, il tabacco, la cocaina, l’eroina e tutte le numerose sostanze psicoattive. Non serve molto discutere se essa sia una droga più leggera o più pesante delle altre o delle sostanze psicoattive legali. Sarebbe più utile che anche gli scienziati quando ragionano di queste cose provino a comprendere se la legge che proibisce una sostanza psicoattiva sia utile o dannosa.

Le evidenze disponibili non sono, come spesso avviene, in grado di dare una risposta esaustiva a questa domanda.

Verificare sperimentalmente se, la proibizione mantenga la diffusione di una sostanza a un livello inferiore a quello che altrimenti si sarebbe verificato senza la proibizione è praticamente impossibile. Tuttavia per la cannabis, nel confronto della diffusione della droga tra i paesi con severe sanzioni e quelli nei quali l’uso è decriminalizzato o legalizzato, si vede che l’incidenza dell’uso della droga è generalmente simile o addirittura inferiore. Ad esempio, in Olanda, dove il possesso e l’acquisto di modiche quantità di Marijuana sono state in pratica legali, l’incidenza dell’uso della droga è notevolmente inferiore a quello dei paesi limitrofi o a quello degli stati americani nei quali il possesso della droga è o era punito con la prigione.

Bisogna prendere atto che le politiche fondate sulla proibizione delle sostanze non hanno funzionato a dispetto dei toni trionfalistici che ci vengono venduti dalle organizzazioni preposte. Non ha funzionato l’esaltazione dei rischi, che confonde tra rischi della sostanza e pericoli derivanti dalle modalità di uso delle sostanze, modalità spesso e volentieri determinate proprio dalle politiche antiproibizioniste. Non hanno funzionato le politiche di proibizione fondate sull’enfasi per risultati scientifici scelti e valutati sempre a senso unico e che però dimenticano, le evidenze sull’utilità e sull’efficacia della riduzione del danno. Ad esempio, nonostante vi sia il divieto di vendita di tabacco ed alcol ai minori di 16 anni, sappiamo che il numero di giovani fumatori e di assuntori di bevande alcoliche, continua a crescere proprio tra i giovanissimi.

La riduzione del danno è una strategia operativa la quale accetta il fatto che molti soggetti non sono in grado o non intendono smettere di usare le sostanze. Per questo, piuttosto che sull’astinenza, sulla cura e sulla prevenzione, i programmi di riduzione del danno si focalizzano sui danni correlati al consumo, tentando di attenuarli. Una prassi di riduzione del danno è ad esempio la distribuzione gratuita di siringhe per gli eroinomani al fine di contrastare il pericolo delle infezioni. E più in generale rientrano nelle strategie di riduzione del danno tutte le politiche utili a sottrarre le sostanze al mercato illegale, dove la contaminazione, la presenza di sostanze da taglio tossiche, la variabilità della dose e della concentrazione di principio attivo aumentano enormemente i rischi sociosanitari già correlati all’uso della sostanza in sé.

In una discussione sulla legalizzazione della cannabis, non si può non tenere in considerazione anche il fatto che esiste una popolazione di malati che potrebbero giovarsi di questa sostanza, efficace per la nausea, il vomito, il dolore neuropatico, la spasticità, il glaucoma, e altre affezioni e sintomi, Oggi sono disponibili farmaci a base di cannabinoidi sintetici o naturali per uso medico. Ma la procedura per ottenerli è lunga e difficile, il costo del farmaco è esageratamente alto e la loro efficacia non è superiore a quella della Marijuana.

Infine, proprio nell’ottica di cercare di evidenziare la complessità del problema, non si può non fare un accenno al dibattito scientifico tutt’ora in corso relativo all’associazione tra uso di cannabinoidi e l’insorgere di sintomi psicotici.

Il primo studio scientifico in materia risale al 1987 in Svezia su una coorte di coscritti svedesi esaminati alla visita di leva e individuati come fumatori di cannabis in età adolescenziale, che erano poi stati ricontrollati dieci anni dopo, ed esaminati dal punto di vista psichiatrico. Nel gruppo dei fumatori, a confronto col gruppo di controllo (soggetti con anamnesi negativa per il fumo di cannabis) si trovò una percentuale significativamente più alta di soggetti con un disturbo mentale psicotico, schizofrenico o schizofreniforme. Successivamente gli studi su cannabis e schizofrenia hanno confermato che la cannabis fumata in età adolescenziale sia effettivamente un fattore di rischio per lo sviluppo di schizofrenia in età adulta, e che tale rischio riguardi in particolare una popolazione vulnerabile. Nell’insieme, comunque, la maggioranza dei dati disponibili indirizza verso un effetto, quantitativamente ancora non noto, di aumento del rischio di psicosi associato con l’uso di cannabis in interazione con fattori genetici e fattori ambientali, età di inizio di assunzione e, come per tutte le sostanze psicotrope, quantità assunte. Contesto urbano, abuso in età infantile, il già ricordato stress, sono stati individuati come fattori ambientali che in interazione con l’uso di cannabis possono aumentare la probabilità di comparsa di sintomi psicotici. Ma non si tratta di una forte associazione dati i bassi tassi di disturbi psicotici sub-clinici, e ancora più bassi tassi di psicosi conclamata nella ampia popolazione di consumatori.

Laura Amato e Marina Davoli
Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio

 

Per saperne di più:
• Amato L, Pani PP. Tossicodipendenze: Una guida alle basi razionali del Trattamento. Il Pensiero Scientifico editore, 2013
• Andreasson S, Allebeck P, Engstrom A, et al. Cannabis and schizophrenia: a longitudinal study of Swedish conscripts. Lancet 1987; 2 (8574): 1483-6
• British Medical Association. Therapeutic Uses of Cannabis. Harwood Academic publisher 2011. ISBN 90-5702-317-2
• Henquet C , DiForti M, Morrison P, et al. Gene-Environment Interplay Between Cannabis and Psychosis. Schizophr Bull. 2008; 34(6): 1111-21
• Minozzi S, Davoli M, Bargagli AM, Amato L, Vecchi S & Perucci CA. An overview of systematic reviews on cannabis and psychosis: Discussing apparently conflicting results. Drug and Alcohol Review (May 2010), 29, 304–317
• Pistis M, Perra S, Pillolla G, Melis M, Muntoni AL, Gessa GL. Adolescent exposure to cannabinoids induces long-lasting changes in the response to drugs of abuse of rat midbrain dopamine neurons. Biol Psychiatry. 2004 Jul 15;56(2):86-94.
• Porcella A, Maxia C, Gessa GL, Pani L. The synthetic cannabinoid WIN55212-2 decreases the intraocular pressure in human glaucoma resistant to conventional therapies. Eur J Neurosci. 2001 Jan;13(2):409-12.
• Robson P. Therapeutic aspects of cannabis and cannabinoids. The British Journal of Psychiatry (2001) 178: 107-115 doi: 10.1192/bjp.178.2.107

 

Ultimo aggiornamento: 14/03/2014

Inserito da Anna Roberto il Ven, 14/03/2014 - 18:47