La spinta al boom degli antidepressivi

Fonti
Hollinghurst S. et al. Opportunity cost of antidepressant prescribing in England: analysis of routine data. BMJ Online First
L’uso dei farmaci in Italia, gennaio-settembre 2004. Osservatorio nazionale sull’impiego dei medicinali

Il consumo di farmaci antidepressivi è in netto aumento. Un’ulteriore conferma arriva dal British Medical Journal, secondo cui il numero delle prescrizioni nella sola Gran Bretagna si sarebbe più che triplicato nell’arco di undici anni (dal 1991 al 2002), con un conseguente pesante aggravio per il Sistema sanitario nazionale inglese.

La tendenza non riguarda in realtà solo i pazienti d’oltremanica, ma interessa, tra gli altri paesi, anche l’Italia. Secondo l’Osservatorio nazionale sull’impiego dei farmaci, infatti, negli ultimi quattro anni i consumi di medicinali per il sistema nervoso a carico del Servizio Sanitario Nazionale sono più che raddoppiati e la spesa pro capite per queste medicine è al quarto posto dopo i farmaci per il sistema cardiovascolare, quelli per l’apparato gastrointestinale e gli antimicrobici.

Spinti dalla crescente consapevolezza in merito alla depressione, dalla tanto pubblicizzata (anche se discussa) riduzione degli effetti collaterali associati ai farmaci di nuova generazione e dal sempre crescente numero di indicazioni terapeutiche (che ormai includono la sindrome premestruale e i disturbi affettivi stagionali, una forma di depressione che si manifesta in prevalenza in autunno e primavera), i medici prescrivono psicofarmaci con maggiore facilità e con una frequenza in costante aumento. Tra i più diffusi, in particolare, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina sono gli ultimi arrivati per il trattamento degli stati depressivi, ma anche i più costosi (da soli sono responsabili di oltre la metà della spesa per gli antidepressivi).

Secondo lo studio inglese pubblicato sul British Medical Journal, tuttavia, molti medici preferirebbero indirizzare i propri pazienti verso le terapie psicologiche di provata efficacia, come la terapia cognitiva comportamentale, ma si scontrano con numerose difficoltà a causa della scarsità di terapeuti all’interno del sistema sanitario pubblico e finiscono con il ripiegare sui farmaci.

Partendo da questo presupposto, Sandra Hollinghurst (dell’Università di Bristol) ha valutato quanto è costata al Sistema Sanitario britannico l’impennata nelle prescrizioni di psicofarmaci e ha stimato quanti pazienti, con quei soldi, avrebbero potuto ricevere cure non farmacologiche efficaci.

La cifra, tenuto conto dell’inflazione, è ragguardevole: ben 310 milioni di sterline (pari a circa 450 milioni di euro) in più nell’arco di undici anni, dal 1991 al 2002.

Secondo gli autori della ricerca, questi soldi avrebbero potuto permettere l’assunzione di oltre settemila specialisti per offrire a un milione e mezzo di pazienti (circa un terzo degli adulti inglesi che soffrono di depressione o ansia) cicli di trattamento da sei fino a diciotto sedute all’anno. “Nonostante l’allarme sui pericolosi effetti degli antidepressivi, la prova di prescrizioni inefficaci e le dimostrazioni di efficacia di trattamenti alternativi”, scrive l’autrice dello studio, “i farmaci sono il vero sostegno dei trattamenti per la depressione nella pratica generale”.

Sebbene, come sottolineato dai ricercatori, la terapia cognitiva comportamentale sia piuttosto costosa e non siano mai stati effettuati studi sul rapporto costi-benefici, altre alternative più economiche rispetto agli psicofarmaci e alla psicoterapia, come l’auto-aiuto e gli esercizi, potrebbero essere di giovamento per le persone che hanno forme di depressione lievi o moderate. Il sempre maggior ricorso alle terapie farmacologiche non ha, tuttavia, visto un parallelo sviluppo dei servizi psicologici di provata efficacia, né di studi che comparino i risultati dei diversi strumenti disponibili per la cura della depressione. Quali i motivi secondo Sandra Hollinghurst ? “Ciò è dovuto all’assenza di una potenza, equivalente all’industria farmaceutica, capace di promuovere lo sviluppo e l’uso dei trattamenti psicologici”.

Ancora una volta, insomma, le cure le decidono le aziende farmaceutiche.

Simona Calmi, Pietro Dri

Ultimo aggiornamento 26/4/2005

Inserito da redazione il Mar, 26/04/2005 - 23:00