Plagiari e falsari tra le provette?

Fonti
Science Dec 2004; 306: 1679
Nature Feb 2005; 433: 801-802

Plagio, dati falsificati o del tutto inventati: queste e altre discutibili pratiche, classificate come “frodi scientifiche”, risultano in costante e rapido aumento da diversi anni negli Stati Uniti (dove sono disponibili i dati), e ciò apre uno squarcio su quanto può accadere nella ricerca in tutto il mondo.

L’Office of Research Integrity (ORI) – l’ente che da oltre un decennio raccoglie le denunce di cattiva condotta scientifica in ambito biomedico negli USA – ha infatti registrato nel 2003 un incremento del 20 per cento nei nuovi casi segnalati dalle istituzioni rispetto all’anno precedente. Un dato rilevante, se si considera che il numero delle denunce (pari a 105) supera di oltre il 50 per cento la media di 69 calcolata sugli ultimi dieci anni (dal 1993 al 2003).

L’andamento crescente indicato dall’indagine - pubblicata nella rivista online dell’ORI (scaricabile dal sito internet http://ori.dhhs.gov) e riportata da Science - potrebbe tuttavia essere letto come un segnale positivo e riflettere il fatto che “le istituzioni stiano migliorando nel riconoscere la cattiva condotta scientifica”, come ha dichiarato il direttore dell’ORI Christopher Pascal, che ha aggiunto: “Fino a un decennio fa, molte istituzioni non sapevano come comportarsi con le accuse, spesso prive di prove, di scarsa integrità. Ora sono un po’ meno timide nell’investigare i casi”.

Plagi e falsificazioni sarebbero, in realtà, sempre esistiti nell’ambito della ricerca, come sostiene Horace Freeland, direttore del Center of History of Recent Science della George Washington University e autore del libro appena pubblicato oltreoceano The Great Betrayal (in italiano, Il grande tradimento), che traccia un’analisi impietosa della ricerca scientifica.

Secondo lo studioso, infatti, il furto di proprietà intellettuale sarebbe “epidemico” tra gli scienziati e il processo di revisione tra pari – quello adottato per valutare la qualità sceintifica prima della pubblicazione di un lavoro, in inglese peer review – un “moribondo” a causa della politica e della falsità.

Accuse pesanti che, secondo la rivista Nature, mancherebbero tuttavia di individuare la principale minaccia per la trasparenza scientifica dei giorni nostri: “gli inganni mirati a sfruttare il buon nome della scienza per inseguire i profitti, come rivelato dai recenti scandali farmaceutici”. Non è un caso, dunque, che il National Institute of Health statunitense abbia indetto una moratoria di un anno, durante il quale qualsiasi attività di consulenza esterna per le aziende farmaceutiche e biotecnologiche sarà categoricamente vietata ai dipendenti. L’ente nazionale vuole infatti stabilire una serie di regole che mettano in guardia dai conflitti di interesse e tutelino l’integrità della ricerca.

Fantascienza per l’Italia, dove questi argomenti trovano pochissimo spazio e non sembrano destare preoccupazione nelle istituzioni.

L’unica eccezione è rappresentata dal Coordinamento per l’Integrità della Ricerca Biomedica (CIRB, sito internet www.cirb.it).

Nato un paio di anni fa su iniziativa di alcuni ricercatori e operatori sanitari, il CIRB si propone infatti di sensibilizzare ai temi dell’indipendenza della ricerca, oltre a promuovere – insieme alle società scientifiche e a tutte le altre parti in causa – la definizione di un codice comune di condotta.

Simona Calmi, Pietro Dri

Inserito da redazione il Mar, 15/03/2005 - 00:00