Combattere i dati sul fumo passivo

Fonti
Lancet 2005; 365:804-09
BMJ 2005; 330:277-80 BMJ

L’ennesima strategia messa in atto dalle industrie del tabacco per nascondere gli effetti nocivi del fumo passivo viene svelata da Lancet, che in un articolo denuncia i legami finora celati tra la rivista scientifica Indoor and Built Environment e le aziende produttrici di sigarette.

Secondo gli autori della ricerca - Simon Chapman e colleghi dell’Università di Sydney - il giornale che dal 1992 dà spazio alle ricerche sull’inquinamento indoor e che per anni è stato considerato una fonte genuina di informazione sulla qualità dell’aria all’interno degli edifici sarebbe in realtà nato allo scopo di pubblicare studi favorevoli alle case produttrici di “bionde”. L’obiettivo? Contrastare il crescente numero di studi che attestano i danni provocati dall’esposizione alle sigarette altrui - solo nell’ultimo mese ne sono stati pubblicati due dal British Medical Journal secondo i quali il fumo passivo sul posto di lavoro ucciderebbe oltre 600 persone all’anno nella sola Gran Bretagna e sarebbe responsabile di un aumento del rischio di malattie respiratorie e cancro al polmone - e la conseguente richiesta di ridurre gli spazi per i fumatori.

Consultando il sito internet della rivista (http://ibe.sagepub.com/), si apprende che nel 1989 un gruppo di medici, igienisti, chimici, architetti, ingegneri e altri decisero di fondare l’International Society of the Built Environment, una società multidisciplinare nata allo scopo di promuovere l’importanza di una buona qualità dell’aria in casa o al lavoro. Secondo Chapman e colleghi, tuttavia, dagli oltre sette milioni di documenti interni resi pubblici in seguito a una sentenza del 1998 (Us Master Settlement Agreement), emergerebbe che il team di scienziati non era per niente indipendente dall’industria del tabacco, anzi.

Riunitisi verso la fine degli anni Ottanta per migliorare la posizione delle case produttrici di sigarette sul fumo passivo, i vertici delle società inglesi, tedesche, giapponesi e americane si resero conto che “un energico diniego non costituiva una strategia soddisfacente” (come emerge dai verbali dell’incontro). Non si poteva negare l’evidenza, ma si potevano produrre studi che spostassero l’attenzione su altri fattori di inquinamento o che contraddicessero i risultati di quelli che ne attestavano la pericolosità.

L’International Society of the Built Environment nacque così in Svizzera per iniziativa della Philip Morris, che affidò a uno studio legale di fiducia l’incarico di dar vita a un’organizzazione scientifica “indipendente”, in cui “un piccolo nucleo di scienziati impegnati, fidati e capaci formasse il livello esecutivo… e agisse da ‘locomotiva’” (la citazione non appartiene agli autori dello studio, ma alla Philip Morris). Una società guidata da consulenti pagati dall’industria (nel 1992 sei membri su sei del comitato esecutivo avevano legami finanziari attraverso i legali delle aziende, nel 2002 sette su otto), che pubblicasse un bimestrale sottoposto a peer review (la già citata rivista scientifica Indoor and Built Environment) e organizzasse conferenze internazionali, guardandosi bene dal dichiarare i proprio conflitti di interesse.

Il risultato dell’operazione? Analizzando gli articoli sul fumo passivo pubblicati dal 1992 al 2004, Chapman ha riscontrato che oltre il 60 per cento riportava conclusioni favorevoli per l’industria del tabacco. Di questi, nove studi su dieci erano firmati da almeno un ricercatore finanziato dalle sigarette.

Simona Calmi, Pietro Dri

Inserito da redazione il Lun, 07/03/2005 - 00:00