Soldi e tsunami

Fonti
BMJ 2005; 330:247-51

"L'interesse a caratteri cubitali per le vittime dello tsunami rimarrà acceso per poche settimane, al contrario il loro bisogno di assistenza e di ricostruzione continuerà per decenni". Un gruppo di esperti in programmi di crisi nei paesi in via di sviluppo - cui appartiene la citazione - ha espresso la propria preoccupazione e ha criticato, in un articolo pubblicato sul British Medical Journal, l'attuale sistema internazionale di finanziamento per le emergenze.

Peter Walker, direttore del Centro Internazionale Feinsten per le carestie della Tufts University, nel Massachussets e i colleghi della London School of Economics e dell'Università di Harvard, hanno puntato il dito contro un sistema che promette somme di denaro impressionanti a pochi giorni di distanza dalla tragedia, ma che non sempre mantiene gli impegni presi. I soldi, infatti, spesso rischiano di non materializzarsi, perché i paesi devastati hanno difficoltà ad assorbire rapidamente ingenti flussi monetari o perché non esistono più le infrastrutture necessarie. Ancora peggio, gli impedimenti possono nascere quando - come spesso accade - alle donazioni si accompagnano condizioni dettate da obiettivi commerciali, come l'obbligo di acquistare beni e servizi da un determinato governo. In altri casi, affermano gli autori, ciò che viene spacciato per assistenza, "in realtà si trasforma in prestito, e va a sommarsi ai debiti esteri di queste nazioni povere".

Esiste poi un problema di tracciabilità delle donazioni. Chi tiene conto di quanti soldi vengono spesi e in che modo? Pochi benefattori sarebbero felici di scoprire che spesso parte degli aiuti serve a coprire spese militari di trasporto o i costi amministrativi delle organizzazioni umanitarie. Del resto, sempre secondo gli autori, il sistema finanziario delle Nazioni Unite (che tiene conto dei soldi promessi e di quelli spesi), "distorce la generosità delle diverse parti del mondo, aumentando quella dei governi occidentali e sottostimando quella delle altri paesi e dei privati cittadini". Gran parte degli aiuti inviati alle organizzazioni non governative (che arrivano per il 75 per cento dai singoli cittadini) e di quelli provenienti dai governi islamici e asiatici, quindi, non verrebbe registrata.

L'incessante appello alle donazioni private, infine, rivela un sistema miope che agisce nell'immediato dopo tragedia per assicurare a chi è rimasto in vita il minimo indispensabile per sopravvivere, ma che pensa troppo poco a ricostruire o prevenire. Secondo Walker, infatti, la risposta generosa, ma pur sempre emotiva, di milioni di persone, non può essere una fonte sufficiente per il finanziamento di programmi a lungo termine, compito che spetta ai governi. In molti piani di sviluppo, però, "la ripresa dai disastri, specialmente per le comunità più povere e vulnerabili, non è in agenda" sottolineano gli autori. E spesso le prospettive a medio e lungo termine sono tutt'altro che rosee: i fondi destinati alla ricostruzione o alla prevenzione, infatti, nella maggior parte dei casi non apportano nuovo denaro, ma semplicemente derivano da una diversa distribuzione dei fondi già stanziati, e vengono sottratti da programmi di assistenza precedentemente approvati.

Ciò in contrasto con numerose analisi che sottolineano come un dollaro speso per costruire ospedali e case che resistano ai rischi naturali, come inondazioni e uragani, possa far risparmiare dai cinque ai sette dollari necessari alla ricostruzione. Senza dimenticare che prima dello scorso 26 dicembre, anche l'estensione all'Oceano Indiano del Pacific warning system per i maremoti (attivo dal 1949) appariva ai governi come uno spreco di denaro, dato che il 90 per cento degli tsunami registrati avviene nell'Oceano Pacifico.

Simona Calmi, Pietro Dri

Inserito da redazione il Lun, 14/02/2005 - 00:00