Geni, sigarette e caratteri di stampa

Sono studiate fin nei minimi particolari le strategie che le industrie del tabacco hanno messo in atto per anni per screditare le ricerche sui danni provocati dal fumo. Non sorprende, quindi, l'ennesima accusa pubblicata qualche giorno fa su Lancet, secondo cui alcune multinazionali della sigaretta avrebbero finanziato studi allo scopo di negare il legame diretto tra il benzopirene (un prodotto della combustione altamente cancerogeno) e le mutazioni del gene P53. Sospettato fin dagli anni cinquanta, infatti, questo pericoloso effetto delle sigarette venne messo in luce con chiarezza da uno studio pubblicato nel 1996 su Science, nel quale alcuni ricercatori accusarono le "bionde" di essere la causa delle mutazioni genetiche alla base della proliferazione incontrollata delle cellule e che sono presenti in oltre la metà dei tumori, in particolare nel 60 per cento di quelli del polmone.

La vicenda, che ha trovato spazio anche sulle pagine del Corriere della Sera, vede coinvolti ancora una volta la Philip Morris e il suo centro segreto di ricerche INFIBO, ma anche la British American Tobacco (BAT) che, attraverso il proprio Gruppo di ricerca scientifica, finanziò (pilotandoli) vari studi sul gene P53 presso l'Istituto Marie Curie fin dal 1986. L'obiettivo comune era verificare se questi effetti fossero reali e fare in modo che non trapelassero o che venissero messi in discussione da altrettanti ricercatori sul libro paga delle aziende: le riviste scientifiche Mutagenesis e Oncogene pubblicarono in effetti vari studi che contraddicevano i risultati della ricerca pubblicata su Science, evitando di specificare che gli autori o addirittura alcuni redattori erano in "stretti" rapporti con l'industria del tabacco.

Come sottolineato da Asaf Bitton del Centro per il controllo del tabacco di San Francisco (autore della denuncia pubblicata su Lancet), tuttavia, i fatti si riferiscono a un periodo in cui la pratica di specificare i conflitti di interesse nelle pubblicazioni scientifiche era ancora poco seguita e permetteva simili sotterfugi. Ma qual è la situazione, oggi, nelle riviste scientifiche? La dichiarazione è ormai un fatto acquisito: alla fine del lavoro scientifico si indicano i conflitti d'interesse dichiarati. A parte il fatto che ciononostante la maggior parte dei ricercatori dichiara di non averne, quando vengono svelati sono in caratteri minuscoli e scritti in modo asettico, quasi indecifrabile dai non addetti ai lavori che, sulla base di quanto dichiarato, difficilmente sono in grado di comprendere se il legame dell'autore dello studio con un'azienda può averne influenzato i risultati. Come sostiene da qualche tempo Roberto Satolli, dell'Agenzia di giornalismo scientifico Zadig "ricordano le clausole dei contratti delle polizze assicurative, scritte in piccolo e in linguaggio giuridico". Chissà come mai.

Simona Calmi, Pietro Dri

Inserito da redazione il Mer, 26/01/2005 - 00:00