Medici e torture: nuova inchiesta in Iraq

Se la guerra al terrorismo "legittimasse", come purtroppo è accaduto e accade a Guantanamo e ad Abu Ghraib, l'uso della tortura, chi dovrebbero servire i medici militari, lo stato e i suoi interessi o i principi etici della propria professione?

La risposta potrebbe apparire ovvia, dato che già nel 1975 la Dichiarazione di Tokyo dell'Associazione medica mondiale aveva sancito che: "I medici non devono favorire, coprire o partecipare a torture o altre forme di procedure degradanti… in qualunque situazione, inclusi conflitti armati e lotte civili", ma non lo è, di fatto, alla luce di quanto è avvenuto nei carceri americani in Iraq e in Afghanistan e di quanto continua ad avvenire nel carcere di Guantanamo, a Cuba.

Il drammatico conflitto di interesse nel quale si sono trovati o si trovano tuttora i medici militari in servizio presso queste carceri, nasce dal doppio obbligo di lealtà che li lega - da un lato - ai propri superiori e alle leggi speciali contro i presunti terroristi e - dall'altro - ai propri pazienti, non semplici prigionieri di guerra, ma "nemici combattenti illegalmente", secondo la vergognosa etichetta creata ad hoc dagli americani per escluderli dai diritti riconosciuti con la Convenzione di Ginevra.

E' di poche settimane fa la notizia - apparsa sul British Medical Journal (BMJ) - secondo la quale l'Associazione medica americana avrebbe scritto al segretario alla difesa, Donald Rumsfeld, per appoggiare l'apertura di una nuova inchiesta sul coinvolgimento dei medici militari statunitensi nelle torture ai prigionieri in Iraq e in Afghanistan.

Secondo Lancet e il New England Journal of Medicine, infatti, da indagini condotte in ambito militare è emerso che alcuni medici con le stellette avrebbero partecipato, coperto o semplicemente ignorato trattamenti degradanti e abusi sui prigionieri e si sarebbero prestati per false certificazione di morte, oltre che per la messa a punto di sofisticate tecniche di torture fisiche e psicologiche.

L'etica della professione medica impone di rifiutarsi di assistere o assecondare chi pratica la tortura: un medico ha al contrario il dovere di garantire a tutti i detenuti le stesse cure delle persone non rinchiuse e deve preoccuparsi della loro salute fisica e mentale, qualunque sia l'etichetta con cui vengano bollati.

Cure e assistenza che non sono state per esempio finora garantite a Omar Khadr, giovane canadese catturato in Afghanistan nel luglio 2002 all'età di 15 anni e detenuto nel carcere di Guantanamo senza che siano state finora trovate prove a suo carico e in chiara violazione delle leggi internazionali (che vietano di imprigionare bambini al di sotto dei 16 anni). Il British Medical Journal la scorsa settimana ha denunciato che il ragazzo si trova in uno stato di salute precario e che ha subito torture all'interno del carcere, ma il giudice che ha esaminato la richiesta di una valutazione medica indipendente ha risposto che si tratta solo di "congetture".

Su che cosa si basa la sicurezza del giudice in questione? Sulla perizia di un medico militare del carcere che ha certificato il buono stato di salute del ragazzo, con un piccolo neo: il medesimo medico ha dimenticato di visitarlo.

Simona Calmi, Pietro Dri

Inserito da redazione il Ven, 19/11/2004 - 00:00