Avviso antisuicidio sugli antidepressivi

Un giornalismo critico che faccia le pulci alle ricerche scientifiche, specie quelle sui farmaci, e metta in guardia dai legami, sovente assai stretti, tra ricercatori e aziende farmaceutiche. Questo obiettivo è ancora lontano e una dimostrazione giunge da oltreoceano dove peraltro la sensibilità a questi temi è ben più sviluppata che da noi.

Oggetto del contendere è l'uso dei farmaci antidepressivi nei bambini. Già all'inizio di quest'anno alcune aziende farmaceutiche erano state poste sotto accusa negli Stati Uniti per non aver reso noti i risultati di alcuni studi che segnalavano un rischio quasi doppio di suicidio nei piccoli pazienti in cura con gli antidepressivi più recenti, noti come inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina.

Dopo una lunga istruttoria e la raccolta di tutti i dati disponibili, questa settimana l'FDA, accusata spesso di connivenza con gli interessi delle aziende farmaceutiche più che di garanzia nei confronti dei cittadini, ha accertato il legame tra farmaci e suicidi e ha quindi stabilito che d'ora innanzi sulle confezioni di questi medicinali sia aggiunta una scritta ben chiara di avvertimento del pericolo.

Questa seria posizione stride con quanto era stato comunicato con articoli roboanti sulla stampa americana non più tardi di due mesi fa. Si era verso la fine di agosto e i più importanti quotidiani d'oltreoceano annunciavano i risultati dello studio TADS (Treatment for Adolescents with Depression Study, Studio del trattamento degli adolescenti con depressione) che indicava l'efficacia della combinazione di fluoxetina (il noto Prozac) in associazione alla psicoterapia nella cura della depressione nei ragazzi dai 12 ai 17 anni. Secondo i ricercatori l'associazione delle due terapie ha portato netti miglioramenti nel 71 per cento dei pazienti, contro il 35 per cento degli adolescenti curati con placebo.

E questo emerge dalla lettura degli articoli giornalistici. Nessuno si è dato però la briga di sottolineare che tale risultato positivo è stato osservato soltanto in un gruppo di piccoli pazienti, guarda caso quello che era a conoscenza del fatto di prendere un farmaco e non un placebo. Ciò significa ridurre di molto la significatività dei risultati perché parte (o tutto) dell'effetto potrebbe essere dovuta proprio alla consapevolezza di prendere un farmaco ritenuto efficace. Anche perché nel gruppo trattato in cieco (quello cioè che non sapeva se prendeva il farmaco o un placebo) la fluoxetina non ha dato gli stessi risultati.

In più nessun giornalista ha concentrato la propria attenzione sugli effetti negativi della terapia, nonostante fosse già noto il probabile legame tra nuovi antidepressivi e tendenze suicide. Dallo studio emerge che sette ragazzi hanno tentato di togliersi la vita, e 6 di questi erano in terapia con la fluoxetina. Non era questo un dato da fornire ai propri lettori quantomeno per completezza?

Ma non è finita, nessuno dei giornalisti ha reso pubblico il legame economico che c'era tra i ricercatori dello studio e l'azienda che produce il farmaco. Legame che era correttamente palesato nell'articolo di JAMA, ma che non è stato evidentemente considerato dai giornalisti come possibile fonte di inquinamento dei risultati e soprattutto dei commenti.

Come si vede ce n'è per tutti e c'è molto da imparare per ricercatori, giornalisti e lettori. I primi devono parlare sempre con equilibrio, senza enfatizzare gli effetti positivi o negativi di una cura ma dando le informazioni complete e attendibili; i secondi devono leggere lo studio originale considerando attentamente anche la metodologia usata nella ricerca e i rapporti con lo sponsor; i lettori infine non possono stare tranquilli: quello che leggono è un filtrato e in molti casi neppure buono.

Simona Calmi, Pietro Dri

Ultimo aggiornamento 27/10/2004

Inserito da redazione il Mer, 27/10/2004 - 23:00