Screening oncologici: è necessario informare meglio

Spesso chi viene invitato a partecipare a uno screening lo fa senza avere tutte le informazioni necessarie. Quando dunque è opportuno sottoporsi a un esame di screening? Quali sono quelli efficaci? A cosa servono? PartecipaSalute prova a rispondere a queste e altre domande.

Che cos'è uno screening

E’ un intervento di salute pubblica programmato e organizzato, che consiste nell’invitare una popolazione senza sintomi a sottoporsi a esami di diagnosi precoce.
La capacità predittiva di un esame di diagnosi precoce si valuta in base a due indicatori:

  • la sensibilità, cioè la capacità di identificare il maggior numero di casi di malattia nella popolazione che si sottopone all’esame.
  • la specificità, cioè la capacità di identificare come negativi i soggetti non affetti dalla malattia nella popolazione che si sottopone all’esame.

Un esame di diagnosi molto sensibile identifica pochi falsi negativi, cioè poche persone che all’esame non risultano malate ma in realtà lo sono.
Un esame molto specifico identifica pochi falsi positivi, cioè persone che risultano malate ma non lo sono.
Non esiste un test perfetto, sensibile al 100 per cento e specifico al 100 per cento: c’è sempre un margine di errore dell’esame nel trovare le cellule tumorali.

Quali sono efficaci in oncologia?

A oggi gli screening di provata efficacia in ambito oncologico sono:

  • per il tumore della mammella la mammografia
  • per il tumore del collo dell’utero il Pap test
  • per il tumore del colon retto l’esame delle feci (ricerca di sangue occulto).

L’effetto di un’informazione di qualità sulla partecipazione agli screening

L'attenzione degli organizzatori dei programmi di screening si è focalizzata per anni a raggiungere una grande proporzione di popolazione con l'obiettivo di ottimizzare il rapporto costi-benefici dello screening. Oggi però una nuova sensibilità sposta i termini della questione dalla priorità di ottenere un’adesione allargata a quella di ottenere una partecipazione informata, anche riducendo l’adesione. Recenti studi infatti mostrano che dare informazioni più complete sulla malattia e sui rischi e le incertezze dello screening, insieme ai suoi benefici, diminuisce il numero di persone che esprimono la volontà di sottoporsi all’esame.


La qualità dell’informazione nei programmi di screening oncologici in Italia

Tutti i programmi di screening per tumore della mammella su territorio nazionale danno un’informazione soddisfacente sulle questioni pratiche e organizzative (come cambiare l’appuntamento preso, quali documenti devono portare con sé le donne il giorno dell’esame, quale è l’ente che organizza il programma) e su cosa sia l’esame e i suoi scopi, ma solo pochi riportano la possibilità di avere disagi durante l’esame, e ancora meno i dati epidemiologici (numero di nuovi casi di tumore diagnosticati in un anno, rischio di ammalarsi, tasso di sopravvivenza, percentuale di falsi positivi e di falsi negativi).
Questo è il quadro delineato in una ricerca, pubblicata di recente (7), che ha raccolto lettere di invito, opuscoli e altro materiale informativo usati da 47 programmi inclusi nel gruppo GISMa (Gruppo italiano screening mammografico).
Caratteristiche simili sono emerse negli screening per il carcinoma della cervice uterina, valutati dal gruppo Comunicazione del GISCi (Gruppo italiano screening del cervicocarcinoma) nel 2003-04 (8), Degli 81 programmi inclusi nell’indagine (quasi tutti quelli presenti sul territorio) la maggior parte fornisce informazioni su aspetti pratici e logistici, mentre pochi danno un’informazione accurata che espliciti i limiti dell’esame, con possibilità e percentuale di falsi positivi e di falsi negativi. Circa la metà utilizza un modulo di consenso informato.
«Il materiale informativo è solo una delle componenti del processo di decisione» si legge sul documento prodotto dal gruppo, «la scelta finale dipende infatti dal contesto comunicativo, dal complesso di fattori fisici, psicologici, ambientali e culturali che circondano la donna».
In ogni caso, perché la scelta possa essere partecipata e consapevole, l’informazione data deve essere chiara, corretta, accurata e pertinente, obiettivo raggiungibile anche attraverso gli stessi cittadini, i pazienti e le associazioni che li rappresentano, che possono partecipare al processo di informazione chiarendo cosa vogliono sapere e come, e intervenendo nella fase di produzione e scrittura del materiale informativo.


Bibliografia

  • Domenighetti G et al. Women’s perception of the benefits of mammography screening: population-based survey in four countries. International Journal of Epidemiology 2003; 32: 816-21.
  • Domenighetti G et al. Does provision of an evidence-based information change public willingness to accept tests? Health Expectations 2000; 3: 145-50.
  • Wolf A et al. The impact of informed consent on patient interest in prostate-specific antigen screening. Arch Intern Med 1996; 156: 1333-36.
  • Adab P et al. Randomised controlled trial of the effect of evidence based information on women’s willingness to participate in cervical cancer screening. J Epidemiol Community Health 2003; 57: 589-93.
  • Giordano L et al. What information do breast cancer screening programmes provide to Italian women? European Journal of Public Health 2005; 15 (1): 66-69.
  • Analisi degli strumenti informativi all’interno dei programmi di screening per il carcinoma della cervice uterina, a cura di Cogo C, Grazzini G, Iossa A. In: Osservatorio nazionale per la prevenzione dei tumori femminili. Terzo rapporto.


Cinzia Colombo
Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri

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Inserito da redazione il Lun, 07/11/2005 - 00:00