Diagnosi psichiatriche al vaglio delle aziende farmaceutiche

Fonte
Cosgrove L. et al. Financial Ties between DSM-IV Panel Members and the Pharmaceutical Industry. Psychotherapy and Psychosomatics 2006; 75: 154.

La maggior parte degli psichiatri che ha lavorato alla stesura dell’ultima edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM IV), il manuale di classificazione delle malattie mentali più utilizzato al mondo, ha ricevuto compensi o finanziamenti per le ricerche da aziende farmaceutiche. A denunciare questo conflitto di interessi degli psichiatri con uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Psychotherapy and Psychosomatics ci ha pensato Lisa Cosgrove, dell’università del Massachusetts, che insieme ai colleghi della Tufts University ha fatto le pulci al testo sacro edito dall’American Psychiatric Association (APA).

Redattori interessati

I ricercatori hanno rilevato che il 56 per cento dei 170 psichiatri che in qualità di esperti hanno redatto l’edizione del 1994 hanno avuto almeno un legame di tipo economico con le aziende produttrici di farmaci tra il 1989 e il 2004. Il dato più interessante è che la percentuale sale ulteriormente per le aree relative a disturbi mentali in cui il trattamento farmacologico è la prima se non l’unica strategia considerata efficace, con punte del 100 per cento per la schizofrenia e i disturbi dell’umore.

I rapporti economici consistevano in regali, viaggi, compensi per consulenze tecniche e soprattutto in fondi per le ricerche ma, come ammettono gli stessi ricercatori, non è stato possibile capire se erano intercorsi prima, durante o dopo che gli psichiatri avevano lavorato all’aggiornamento del manuale. «E’ anche possibile», ha spiegato Cosgrove, «che la partecipazione alla riedizione di un testo considerato da tutti come la “bibbia degli psichiatri” abbia fatto crescere il prestigio di questi esperti e quindi l’interesse dell’industria farmaceutica nei loro confronti».

Quanto conta la diagnosi

D’altra parte il DSM non contiene in sé specifiche raccomandazioni per il trattamento dei pazienti. Gli psichiatri lo utilizzano più che altro per riconoscere e descrivere in modo univoco a livello mondiale i disturbi mentali. Tuttavia la Food and Drugs Administration (FDA), ente americano per il controllo dei farmaci, non approverebbe una sostanza per il trattamento di un disturbo mentale che non sia classificato nel DSM. E’ il nodo della questione.

Le indagini di Cosgrove e colleghi hanno, infatti, preso le mosse dalla scoperta che 5 dei 6 esperti deputati alla classificazione di alcuni disturbi premestruali nell'ambito dei disordini psichiatrici avevano legami stretti con Eli Lilly, l’azienda produttrice della fluoxetina, uno degli antidepressivi più venduti che in futuro dovrebbe essere rilanciato con un altro nome per il trattamento specifico di questi disturbi.

«Non stiamo dicendo che l’esistenza di questi rapporti economici abbia necessariamente influenzato i contenuti del manuale», ha detto Cosgrove, «ma il pubblico dovrebbe esserne messo al corrente, perché è chiaro che l’industria farmaceutica ha un “interesse particolare” ai disturbi mentali e alla loro definizione. La trasparenza è indispensabile, soprattutto quando i rapporti economici tra e aziende farmaceutiche sono ripetuti o continuati nel tempo, poiché la probabilità che queste possano esercitare delle pressioni non dovute sono molto maggiori».

Le reazioni degli interessati

I massmedia hanno dato grande risalto a questo studio, con servizi apparsi, fra l’altro, sul New York Times, Washington Post, Reuters, USA Today e ABC. Si inserisce a buon diritto nel dibattito sempre più acceso sull’incremento nell’uso di farmaci come principale o unico trattamento per molti disturbi mentali, una tendenza guidata in parte anche dalle definizioni stesse di disturbi mentali nei manuali psichiatrici.

Nel 2004, antidepressivi e antipsicotici erano rispettivamente la quarta e la quinta classe di farmaci più vendute al mondo, per un giro d’affari complessivo di 34 miliardi di dollari, ma per qualcuno molti farmaci sono prescritti in assenza di reali necessità. Esiste un vero e proprio mercato delle malattie e dei disturbi mentali in particolare. Si può quindi ben immaginare quanto l’industria farmaceutica possa esservi interessata.

Il polverone sollevato non poteva quindi lasciare indifferenti i diretti interessati che hanno prontamente risposto alle accuse. Darrel Regier, direttore della divisione ricerca dell’APA si dice convinto che questo sia l’ennesimo tentativo di trovare ipotetiche collusioni con le aziende farmaceutiche che screditino gli esperti, quando in realtà è vero il contrario: «se gli psichiatri non fossero in qualche modo coinvolti nell’industria farmaceutica», ha detto infatti Regier, «significherebbe che non sono veramente al passo coi progressi nel campo delle malattie mentali». Secondo Regier, il motivo per cui nell’edizione del 1994 le relazioni tra autori e industria non erano esplicitate sta nel fatto che quello del conflitto d’interessi è un problema relativamente recente e quindi non se ne sentiva la necessità. L’APA comunque ha fatto sapere che «provvederà ad assicurarsi che nessuno degli esperti reclutati per la nuova edizione del DSM, la cui uscita è prevista nel 2011, abbia più legami di questo tipo».

Più pacato il commento del settore farmaceutico. Ken Johnson, portavoce del Pharmaceutical Research and Manufacturers of America, ha detto di non aver ancora avuto modo di leggere lo studio, ma fa notare che «l’integrità dei membri del comitato scientifico che ha lavorato al DSM è impeccabile e sicuramente ogni sua posizione è stata presa basandosi su ricerche e giudizi indipendenti».

John Kane, esperto in fatto di schizofrenia che oltre ad aver lavorato all’ultima edizione del DSM ha collaborato anche con alcune aziende farmaceutiche (Abbott Laboratories, Eli Lilly, Pfizer) concorda con la necessità di trasparenza, ma ha aggiunto che «le relazioni economiche con l’industria non dovrebbero minare necessariamente la fiducia negli psichiatri e nelle loro conclusioni. Per me un conflitto di interessi implica che il giudizio di qualcuno posso essere influenzato da questi rapporti, ma non è sempre così». La collega dell’università dello Iowa Nancy Andreasen, che è stata a capo del team di ricerca per l’area schizofrenia del manuale è stata più categorica: «lo studio, non specificando chi tra i redattori aveva legami con l’industria mentre lavorava al DSM, è stato molto scorretto».

A chiudere la questione accontentando un po’ tutti ci ha pensato Steven Sharfstein, presidente dell’APA. «Abbiamo permesso al modello bio-psicosociale di trasformarsi in un modello bio-bio-biologico: non dobbiamo stupirci se ora siamo visti come meri dispensatori di pillole, semplici impiegati dell’industria farmaceutica e la nostra credibilità come professionisti è compromessa. D’altra parte una percentuale così alta di relazioni con l’industria farmaceutica è comprensibile considerato il livello e il coinvolgimento nelle ricerche più avanzate dei nostri esperti. Comunque tali rapporti sono controllati da precise linee guida, lavoreremo per migliorare ulteriormente soprattutto affinché ogni possibile conflitto d’interessi, ove presente venga almeno dichiarato».

Emanuela Zerbinatti

Inserito da redazione il Lun, 31/07/2006 - 23:00

Questa vostra osservazione

Questa vostra osservazione è solo la punta della iceberg. Oggi le case farmaceutiche solo il vero ostacolo alla ricerca sulla malattia mentale. I farmaci sbancano il sistema sanitario nazionale, e tutti sanno che gli psicofarmaci sono dei sintomatici non curano nassuno e rendono cronici e rassegnati al suicidio i malati psichiatrici.