Controllare periodicamente al telefono i pazienti con scompenso cardiaco riduce il numero di decessi

Takeda A, Taylor SJC, Taylor RS, Khan F, Krum H, Underwood M. Clinical service organisation for heart failure. Cochrane Database of Systematic Reviews 2012, Issue 9. Art. No.: CD002752. DOI: 10.1002/14651858.CD002752.pub3 URL Upon publication: http://doi.wiley.com/10.1002/14651858.CD002752.pub3 

Una telefonata salva la vita. Potrebbe richiamare lo slogan di una vecchia pubblicità il contenuto della nuova revisione sistematica Cochrane che ha valutato diversi metodi di gestire il follow up – controllo clinico periodico – dei pazienti con scompenso cardiaco.

In base alla nuova revisione, i pazienti con insufficienza cardiaca cronica hanno meno probabilità di morire a un anno dalla dimissione dall’ospedale se, una volta tornati a casa, vengono coinvolti in un programma di follow-up attivo. Si riduce anche la probabilità di tornare in ospedale nei sei mesi successivi alla  dimissione.

L’insufficienza cardiaca cronica è una condizione grave che colpisce soprattutto le persone anziane. Sta diventando sempre più comune, visto l’invecchiamento della popolazione mondiale, e comporta elevati rischi di ricoveri d’urgenza e di morte. Nella popolazione generale da 3 a 20 persone circa su 1.000 soffrono di scompenso cardiaco, raggiungendo fino a 100 persone su 1.000 nella fascia di età tra 80 e 89 anni. Nel Regno Unito, l’insufficienza cardiaca cronica consuma quasi il 2% del bilancio del Servizio Sanitario Nazionale; la maggior parte delle spese sono collegate ai ricoveri ospedalieri.

Un gruppo di sei ricercatori con sede nel Regno Unito e in Australia hanno esaminato 25 studi clinici con circa 6.000 pazienti. Gli studi sperimentano diversi metodi per la gestione delle cure dei pazienti con insufficienza cardiaca cronica dopo che lasciano l’ospedale.

I ricercatori hanno identificato tre tipi di assistenza: 1) gestione del caso con un monitoraggio intenso attraverso telefonate e visite domiciliari, da parte di un infermiere specializzato, 2) gestione del caso in una clinica specializzata nell’insufficienza cardiaca cronica, 3) interventi multidisciplinari, nei quali un gruppo di professionisti facilita il ritorno a casa del paziente.

Dagli studi risulta che i pazienti che aderiscono al primo tipo di intervento hanno meno probabilità di morire per qualsiasi causa (‘all cause’) un anno dopo la dimissione rispetto a quelli che ricevono le cure tradizionali, mentre non ci sono differenze dopo sei mesi. “Non siamo stati in grado di identificare tutti i componenti che rendono ottimale la gestione di questi pazienti, ma un elemento comune a questi interventi è la presenza di un infermiere specializzato che segue i pazienti al telefono dopo la dimissione”, dice la portavoce della ricerca Stephanie Taylor.

Anche gli interventi multidisciplinari sembrano ridurre la mortalità, ma sono stati condotti solo due studi a riguardo e altri sono quindi necessari per confermare questi risultati. Negli studi clinici che hanno invece valutato il follow-up in una clinica specializzata non è stata dimostrata una migliore efficacia di questo intervento rispetto alle cure tradizionali.

Dato il numero di persone che soffrono di insufficienza cardiaca cronica, Taylor e i suoi colleghi pensano che ci sia bisogno di più ricerca che confronti i diversi approcci alla gestione del paziente dopo la dimissione, in particolare che confronti gli interventi di breve durata, di poche settimane dopo la dimissione, con quelli che si estendono nel tempo. Un aspetto importante verso il quale indirizzare la ricerca riguarda inoltre l’analisi dei costi e rapporti del rapporto tra costo ed efficacia di ciascun approccio.

Inserito da Anna Roberto il Mer, 12/09/2012 - 14:11