La comunicazione: il segreto di una consultazione efficace

Fonte
Middletone JF, et al. BMJ 2006; 332: 1238.


Recarsi nell’ambulatorio del proprio medico curante o nello studio di uno specialista è un passaggio fondamentale, quasi scontato, con cui ha inizio ogni processo di diagnosi e cura di una malattia.
Sebbene ovvia e apparentemente poco importante rispetto alla fase più pragmatica della terapia, la consultazione rappresenta però il cuore dell’attività clinica e la sua qualità può avere effetti più o meno benefici sull’esito della cura.

Capire perché il paziente si sia presentato dal medico è l’obiettivo principale della consultazione, ma purtroppo, a volte, capita che il medico fallisca in questo intento e che il malato esca insoddisfatto e carico di prescrizioni inappropriate.

Come cercare quindi di migliorare la qualità della consultazione?
Il punto chiave su cui agire è la comunicazione tra medico e paziente: potenziare le capacità del medico di coinvolgere il proprio assistito, mettendolo a proprio agio, e aiutare il paziente a comunicare sono le vie migliori per raggiungere un punto d’incontro tra le due parti in gioco.

Ma quali sono gli strumenti più efficaci?
Una risposta giunge da uno studio sperimentale effettuato di recente da alcuni ricercatori inglesi e pubblicato sulle pagine del British Medical Journal. Secondo il lavoro, un buon metodo per migliorare una consultazione medica consisterebbe nel preparare sia il paziente che il medico alla consultazione stessa. In che modo? Invitando il primo a prender nota delle domande da rivolgere al proprio curante e dando al secondo le istruzioni adeguate per gestire questo nuova forma di consultazione, anche definita «formula agenda».

Lo studio, un trial clinico controllato randomizzato (vedi Il glossario della ricerca clinica), ha preso in esame un totale di 46 medici di medicina generale e quasi un migliaio di pazienti, reclutati in due contee del Regno unito. I medici sono stati sottoposti a una giornata di training, durante la quale hanno imparato a:

  • interpretare le agende dei pazienti, riconoscendone aspettative, preoccupazioni, richieste e convinzioni;
  • valutare i propri appunti personali, riflettendo sulle cure proposte, sui fattori di rischio, sui problemi ricorrenti nei vari soggetti visitati;
  • negoziare con il paziente, per arrivare a una scelta terapeutica condivisa.

 

I medici hanno poi avuto l’opportunità di mettere in pratica quanto imparato, applicando il modello teorico in alcune consultazioni simulate.

Ai pazienti, invece, prima di ogni visita è stato chiesto di compilare un questionario con domande relative al motivo della consultazione, a eventuali ansie, incertezze e paure, e a ciò che si aspettavano dall’incontro con il medico.

Dopo aver effettuato una doppia randomizzazione, sia per i medici che per i pazienti, i ricercatori hanno misurato diversi parametri, tra cui: la quantità di problemi identificati durante una consultazione, il tempo richiesto per valutare ciascuno di essi, la durata media delle consultazioni e il grado di soddisfazione del paziente.

Dallo studio è emerso che sia l’adozione della cosiddetta «formula agenda» sia l’istruzione dei medici aumentano in modo significativo il numero dei problemi identificati in ogni consultazione. Questo incremento è risultato ancora più consistente nel caso in cui i due interventi venivano combinati.

In generale, il tempo richiesto per valutare e cercare di risolvere un singolo problema non sembra aver subìto variazioni significative; tuttavia, la durata totale delle consultazioni è aumentata di quasi un minuto nel caso dell’utilizzo dell’agenda e di quasi due minuti per entrambi gli interventi.

Questo lavoro extra da parte dei medici è però ben ricompensato: al termine di ogni visita, la soddisfazione dei pazienti sottoposti a entrambi gli interventi è risultata incrementata rispetto ai gruppi di controllo, soprattutto per quel che riguarda il raggiungimento di una buona intesa e di un rapporto più profondo con il medico curante. Se ciò possa avere un effetto diretto sullo stato di salute dei malati, sulla persistenza dei sintomi o sulla durata di un disturbo, lo studio non lo ha indagato in modo diretto.

Certo è che identificare per tempo un gruppo di bisogni che potrebbero invece rimanere quiescenti per periodi più lunghi può essere considerata una salutare diagnosi precoce.

Cristina Colombelli

Inserito da redazione il Dom, 09/07/2006 - 23:00