Pazienti informati, cure più efficaci

Fonti
Heneghan C et al. Lancet 2006; 367: 404
Fitzmaurice DA et al. BMJ 2005: 331: 1057
Granger BB et al. Lancet 2006; 366: 1989 e 2005.

La capacità di autogestire le terapie a base di anticoagulanti orali migliora la qualità e l’efficacia delle cure stesse.A rivelarlo è uno studio pubblicato di recente sulla rivista Lancet, che ha messo in luce come il coinvolgimento attivo dei pazienti sia fondamentale per ottenere da una cura il massimo beneficio. Secondo la ricerca, i pazienti che seguono con scrupolo la terapia e regolano personalmente le dosi di farmaco, a seconda del bisogno, hanno un rischio inferiore di incorrere in eventi tromboembolitici ed emorragie gravi, oltre ad avere una mortalità più bassa rispetto a coloro che seguono la stessa cura ma non sono in grado di correggerla all'uopo.

Pochi mesi prima, un altro studio, pubblicato sul British Medical Journal, era giunto a una conclusione simile, evidenziando come l'autogestione della terapia anticoagulante (che è complessa e si basa sul calcolo del tempo di protrombina e sull'eventuale modificazione del dosaggio del farmaco) fosse un accorgimento sicuro, efficace e altamente benefico per il paziente.

Ma quello degli anticoagulanti orali non è che uno dei tanti esempi di come il comportamento del paziente e la sua attiva partecipazione alla cura possano favorire il buon esito di un trattamento e migliorare la qualità di vita del malato. Lo dimostrano anche i risultati eclatanti di una sperimentazione clinica sul candesartan, un medicinale utilizzato per curare lo scompenso cardiaco cronico. Ebbene, dallo studio è emerso che sia i pazienti trattati con il suddetto farmaco, sia quelli cui era stato somministrato il placebo (una pillola priva del principio attivo) traevano vantaggi identici in termini di mortalità ed esito della malattia, purché avessero una buona aderenza al trattamento.

Tutti questi dati sono indicativi di quanto il coinvolgimento attivo del malato nella propria cura (quello che i medici chiamano empowerment del paziente) giochi un ruolo determinante sull'effetto della stessa.

Ma come aumentare l'aderenza dei pazienti a una terapia? Come coinvolgerli in modo che possano decidere di seguire con solerzia e costanza un certo trattamento?

I punti principali sui quali agire sembrerebbero racchiusi in due parole: formazione e informazione.

Come sostengono gli autori dello studio di Lancet, «affinché i trattamenti autosomministrati siano seguiti nella maniera corretta, sono necessari una formazione sia del medico sia del paziente, e soprattutto un investimento in campagne informative e comunicative ad hoc, che abbiano come obiettivo sottolineare l'importanza dell'aderenza alle terapie».

Insomma per autogestire la propria cura, un paziente dev'essere fortemente motivato, oltre a necessitare di una preparazione adeguata. Ciò presuppone un maggiore dialogo con il medico e una maggiore disponibilità di quest'ultimo a informare i propri pazienti e a istruirli riguardo alla terapia.

Dunque cosa ci si dovrebbe aspettare dal proprio medico?

Secondo gli studi i camici bianchi che perseguono anche una crescita del paziente potrebbero:

  • organizzare veri e propri corsi per un training adeguato dei pazienti;
  • aumentare le occasioni di informazione non solo dei diretti interessati, ma anche dei loro familiari, che potrebbero avere un effetto «esortativo»;
  • utilizzare strategie di supporto per i pazienti e favorire il loro accesso agli ambulatori, per esempio riducendo i tempi di attesa.

Perché un malato e il suo curante dovrebbero prodursi in questo sforzo? Per reciproco vantaggio, sembra la conclusione di queste ricerche. L’empowerment aumenta l'adesione alle terapie e quindi la loro efficacia e favorisce una condizione di maggiore indipendenza e libertà. Un aspetto importante soprattutto per alcune malattie croniche, come il diabete, per esempio, che richiedono un coinvolgimento elevato: la capacità di misurare un certo parametro, sia esso la glicemia o il tempo di protrombina, e di assumere dosi adeguate di farmaci riduce i tempi d’azione e consente di curarsi anche da soli. Certo sotto la guida del medico, che però avrebbe soprattutto il ruolo di motivare il paziente e renderlo partecipe di una scelta terapeutica veramente condivisa.

Cristina Colombelli

Inserito da redazione il Mar, 28/03/2006 - 23:00