Tra medico e paziente non basta comunicare, bisogna anche capirsi

Fonte: Olson D, Windish DM. Communication discrepancies between physicians and hospitalized patients. Arch Intern Med 2010;170:1302-7.

La comunicazione tra medico e paziente ancora non funziona. Eppure ormai è chiaro che questo è uno degli aspetti critici nell’assistenza medica, tanto da influenzare la qualità delle cure. I sanitari lo sanno, e probabilmente ci provano pure, ma capirsi è sempre difficile. A queste conclusioni è giunta un’indagine coordinata dall’Università di Yale e condotta presso un ospedale di medicina interna del Connecticut che conta oltre 350 letti.

I ricercatori hanno intervistato 89 pazienti di entrambi i sessi con un’età media di 57 anni, ricoverati per tempi relativamente brevi (in media meno di una settimana) e per motivi comuni. Hanno utilizzato un questionario standardizzato che mira a esplorare l’esperienza dei pazienti durante la degenza, il Picker Patient Experience Questionnaire.

Un altro questionario mirato, il Consumer Assessment of Healthcare Providers and Systems Hospital Survey (HCAHPS) è stato rivolto ai 43 medici, che lavoravano in team di 4 elementi con diverso grado di esperienza, anzianità e coinvolgimento diretto nella gestione del paziente. In ogni gruppo c’era comunque una figura di riferimento per ciascun paziente.

Secondo le informazioni raccolte dalle interviste, le cose fra medico e paziente si mettevano male fin dall’inizio, dal momento cioè della reciproca conoscenza: sette pazienti su dieci erano consapevoli di essere affidati a un medico in particolare, ma solo un quarto ne conosceva il nome e solo il 18 per cento era in grado di riconoscerlo con precisione. L’equivoco iniziava presto, se si pensa che il 67 per cento dei dottori era invece convinto che la propria identità e ruolo fosse ben noto al suo assistito.

Per quanto riguarda più direttamente la gestione clinica quasi l’80 per cento dei sanitari riteneva che i pazienti fossero informati adeguatamente della propria diagnosi, ma ciò era vero, a giudizio dei malati, in una quota assai minore di casi, pari al 57 per cento. Circa le terapie, ai due terzi dei pazienti ricoverati erano prescritti nuovi farmaci, ma il 90 per cento dichiarava di non essere stato messo al corrente dei loro possibili effetti avversi a fronte di un modesto 19 per cento dei medici che riconosceva la propria negligenza nel fornire questo tipo di informazione.

I dati era un po’ più confortanti rispetto alla modalità con cui il sanitario illustrava i concetti di medicina, forse perché questo aspetto è talmente rimproverato ai professionisti della salute che ormai molti si sforzano di essere chiari ed esaurienti. Erano infatti più i pazienti che ritenevano comprensibili le notizie fornite (il 58 per cento, comunque pochini) che i medici soddisfatti del proprio sforzo di comunicazione scientifica (21 per cento). Era notevolmente più carente la capacità del medico di gestire emotivamente il paziente e perfino minore la consapevolezza al proposito, dal momento che quasi tutti i medici ritenevano di aver affrontato almeno una volte ansie e paure della malattia, ma erano smentiti da più della metà dei diretti interessati.

Insomma, nonostante le crescenti raccomandazioni a un’assistenza medica centrata sui bisogni del malato, siamo ancora ben lontani dalla comunicazione completa e chiara, ma soprattutto dalla capacità di parlare un linguaggio comune che faciliti la reciproca comprensione tra medico e paziente.

Maria Rosa Valetto

Inserito da Maria Rosa Valetto il Gio, 25/11/2010 - 17:47