Alzheimer e consenso informato: a chi la scelta?

Fonte
Kim SYH et al. Neurology 2005; 65: 1395

Uno studio sul Journal of Neurology condotto dall’Università del Michigan (USA), ha cercato di rispondere al dilemma: come risolvere la questione del consenso per quei malati che non sono più in grado di intendere e di volere?

Non è un caso estremo: sono coinvolte per esempio tutte le persone affette dalla malattia di Alzheimer, un disturbo caratterizzato da un declino cognitivo lento e graduale, che porta alla perdita progressiva della memoria e delle capacità di comprensione, ragionamento e decisione. Senza queste facoltà, valutare i rischi e i benefici di un protocollo di ricerca diventa difficile ed è praticamente impossibile una scelta consapevole.

Come conciliare quindi il bisogno di ricerca per una malattia ancora incurabile e la necessità di proteggere soggetti vulnerabili e incapaci di decidere?

A questo proposito gli autori dello studio hanno cercato di capire quali fossero le preferenze di soggetti ad alto rischio di Alzheimer riguardo all’ipotesi che, nel caso avessero sviluppato la malattia, altri (a partire dai familiari più stretti) potessero decidere per loro un eventuale inserimento in una sperimentazione clinica di nuovi farmaci.

Sono state prese in esame circa 230 persone, tutte di età superiore ai 70 anni e con almeno un parente stretto affetto dalla malattia. A ciascuno sono stati presentati dieci scenari di ricerca che spaziavano da studi a basso rischio fino a rischio elevato (vaccini, terapia genica o neurochirurgia).

Gli intervistati hanno dovuto valutare l’accettabilità delle sperimentazioni proposte sia da un punto di vista sociale sia personale: ogni soggetto ha dovuto mettersi nei panni di un cittadino generico, di un malato di Alzheimer o di un parente tenuto a decidere il reclutamento del congiunto alle diverse tipologie di sperimentazione.

Dallo studio è emerso che in generale i parenti dei pazienti credono sia eticamente corretto assumersi la responsabilità della scelta, soprattutto per sperimentazioni che comportano un rischio lieve o moderato; questo anche se la ricerca non assicura un beneficio diretto ai soggetti coinvolti. Una percentuale inferiore, ma pur sempre maggioritaria, ha dato un giudizio favorevole anche per studi che comportano un rischio maggiore per il malato, come quelli che prevedono l’uso di metodi invasivi, quali biopsie cerebrali o iniezioni lombari. Pare inoltre che le persone accettino di più la pratica del consenso surrogato quando la cura li riguarda in prima persona, piuttosto che quando debbano decidere per un loro caro. In questi casi sembrano essere più cauti.

La storia personale e le variabili demografiche, come età, sesso, grado d’istruzione, non sembrano aver influito in modo significativo sulle decisioni degli intervistati; le loro opinioni si sono basate piuttosto sulla loro personale percezione del rischio e sull’attitudine generale che hanno verso la ricerca biomedica. «Certo è che lo studio presenta un limite intrinseco», hanno però ammesso gli stessi autori. «Il fatto che gli intervistati siano stati reclutati in centri coinvolti in un trial per la prevenzione dell’Alzheimer ha fatto sì che fossero tutti più orientati alla ricerca rispetto a un malato d’Alzheimer comune. Inoltre, abbiamo osservato che le persone selezionate erano in genere più attente ai problemi di salute e spesso avevano già dato direttive specifiche sulle loro volontà ai propri cari».

Se sia lecito o meno reclutare in un trial pazienti che non comprendono fino in fondo di cosa tratti lo studio, seppur con il consenso dei familiari, non si è ancora in grado di dirlo.

Scott Kim, autore della ricerca, conclude: «Non esiste una risposta a priori, ma una decisione etica così delicata non dovrebbe essere lasciata nelle mani dei soli politici. Occorre prendere in ampia considerazione il punto di vista di coloro che sono maggiormente coinvolti nella malattia. Il nostro studio illustra le opinioni di un importante gruppo d’influenza e può fornire importanti indizi».

Cristina Colombelli

Inserito da redazione il Dom, 12/02/2006 - 00:00

Un buon medico di famiglia

Un buon medico di famiglia deve ben valutare la storia del paziente e collaborare con i familiari e informarli sui vari aspetti della malattia, con diagnosi di demenza. Il medico, invece, invia il malato dallo specialista (a pagamento) il quale prescrive diversi farmaci e varie sedute di colloquio e la spesa ricade sui familiari. I quali non hanno nessun sostegno morale, economico e sono lasciati da soli a fronteggiare questa terribile malattia.