Sclerosi multipla: la rivoluzione della “liberazione”

La sclerosi multipla rappresenta ancora oggi una vera e propria incognita. La comunità scientifica internazionale la classifica come una malattia neurologica, perché colpisce cervello e midollo spinale (con terribili conseguenze per i malati, che hanno in genere tra i 20 e i 60 anni), ma poco o nulla si sa sulla sua origine. “Si suppone - recitano i manuali di medicina - che sia dovuta ad un meccanismo immunologico”. Ipotesi insomma, nulla di più. Mentre la ricerca si focalizza su questi strani processi infiammatori che colpiscono i centri nervosi, cercando probabili cause virali o genetiche, ecco che si fa strada un’ipotesi inconsueta ma illuminante: e se in realtà si trattasse di un problema vascolare?

L’idea è di Paolo Zamboni, 53enne chirurgo vascolare responsabile del Centro Malattie Vascolari dell’Università di Ferrara, che qualche anno fa ha iniziato ad occuparsi di sclerosi multipla studiando una paziente molto particolare: sua moglie. Sottoponendo lei e altri malati all’ecodoppler, Zamboni ha notato che questi presentano restringimenti delle vene che riportano il sangue dal cervello al cuore. Questa condizione (una vera e propria malattia chiamata CCSVI, insufficienza venosa cerebro-spinale cronica) fa sì che il sangue ristagni, determinando accumuli di ferro anomali intorno ai vasi. Proprio questo ferro, quindi, andrebbe a provocare la reazione infiammatoria che scatena la sclerosi multipla.

I primi studi

La teoria che vuole CCSVI e sclerosi multipla legate fra loro, e che fa storcere il naso a parecchi neurologi, sarebbe confermata da un primo studio pubblicato nell’aprile 2009 da Zamboni sul Journal of Neurology, Neosurgery and Psychyatry. L’ecodoppler eseguito su 300 persone (65 con sclerosi multipla e 235 del gruppo di controllo) avrebbe infatti dimostrato una strettissima associazione tra le due condizioni.

Se la questione dovesse davvero ruotare attorno a delle ostruzioni venose, dunque, non c’è niente di più facile per un chirurgo vascolare che pensare all’angioplastica come possibile rimedio. Una tecnica d’intervento che “libera” i vasi sanguigni e che quindi Zamboni, forse con un po’ di malizia, ha pensato bene di chiamare “liberazione”. Proprio lo scorso dicembre, il medico ferrarese ha pubblicato sul Journal of Vascular Surgery i buoni risultati ottenuti intervenendo su 65 pazienti con sclerosi multipla.

In pochissimo tempo queste ricerche hanno fatto il giro del mondo. In molti stanno provando a replicare i risultati ottenuti dal team italiano, ma non sempre con esiti positivi. E’ questo il caso del professor Dake della Stanford University, che ha dovuto interrompere i suoi studi per via di due eventi avversi molto gravi: una donna 50enne trattata con uno stent è infatti deceduta per emorragia cerebrale, mentre un altro paziente è stato operato al cuore perché lo stent applicato in una vena del collo si era spostato.

Questi due incidenti, additati da molti come la dimostrazione dell’impraticabilità della “liberazione”, non sorprendono però Zamboni. Più volte ha infatti ricordato che l’uso di stent, di solito impiegati nelle arterie, “espone a rischi di complicanze”. Proprio per questo lui stesso aveva proposto di “trattare la CCSVI con una semplice angioplastica dilatativa con pallone”. In questo modo si corrono meno pericoli, anche se è più facile che la vena si ostruisca di nuovo e che debba essere ancora sottoposta ad angioplastica.

La fretta di chi non può aspettare

Digitare il nome di Paolo Zamboni in un motore di ricerca qualsiasi su internet permette di scoprire un vero e proprio mondo parallelo, popolato da migliaia di pazienti di tutto il mondo colpiti dalla sclerosi multipla e affamati di informazioni. Sono tantissime le pagine, ufficiali e non, dedicate al medico ferrarese. Quello che stupisce in particolar modo è la partecipazione e l’interesse con cui i malati seguono ormai ogni suo passo. In pochi mesi Zamboni è diventato un vero caso mediatico. Dall’Università di Ferrara alle pagine del New York Times, la sua popolarità è cresciuta rapidamente grazie al social network Facebook (dove i soli sostenitori italiani sono più di 20mila) e al sito di YouTube dove, oltre alle numerose video-testimonianze dei pazienti “liberati”, si può trovare il cliccatissimo reportage sul medico ferrarese andato in onda sul canale di news canadese “W5”.

Zamboni non pare essere particolarmente stupito da questo clamore. In un’intervista al Sole24Ore ha affermato che “internet è uno strumento meraviglioso di diffusione delle conoscenze”, e che i malati di sclerosi, “essendo generalmente persone giovani, ne riescono a sfruttare pienamente le potenzialità”. “Le testimonianze da essi date nei blog agli altri malati - ha aggiunto - probabilmente sono così evidenti che vanno ben oltre rispetto ai dati scientifici”.

Le sperimentazioni in Italia

Nuovi elementi chiarificatori dovrebbero comunque arrivare dalle future sperimentazioni che si stanno preparando in Italia per i prossimi mesi.

A giugno è partito il primo studio epidemiologico multicentrico il cui obiettivo sarà quello di verificare su 1.500 pazienti l’associazione tra CCSVI e sclerosi multipla. Lo studio, finanziato con 900mila euro dall’Associazione Italiana Sclerosi Multipla, è iniziato con l’avvio di un programma di formazione di 15 medici esperti in ecodoppler e proseguirà ad ottobre con il reclutamento dei pazienti attraverso centri clinici neurologici.

L’efficacia dell’intervento di “liberazione” verrà invece valutata grazie ad una sperimentazione in Emilia Romagna che coinvolgerà 400 soggetti. Proprio lo scorso 2 luglio si è trovato un accordo sul protocollo, che avrà un “disegno controllato e randomizzato con mascheramento”: questo significa che metà dei pazienti arruolati riceverà il trattamento sperimentale, mentre l’altra metà avrà la funzione di gruppo di controllo. I malati saranno assegnati ad uno dei due gruppi in modo casuale e non saranno a conoscenza del tipo di trattamento ricevuto (leggi: Sclerosi multipla: procedono i lavori del gruppo tecnico).

Altre Regioni (come le Marche, la Campania, il Veneto, la Toscana e il Piemonte) hanno manifestato il loro interesse a partecipare a questa sperimentazione, e anche all’estero (soprattutto in Canada e Stati Uniti) cresce il numero di specialisti che vuole provare la “cura italiana”.

Bibliografia
Zamboni et al. “Chronic cerebrospinal venous insufficiency in patients with multiple sclerosis. J Neurol Neurosurg Psychiatry 2009; 80: 392-9.
Zamboni et al. “A prospective open-label study of endovascular treatment of chronic cerebrospinal venous insufficiency”. J Vasc Surg 2009; 50: 1348-58.
Grady. “From M.S. patients, outcry for unproved treatment”. New York Times online, 28 giugno 2010. (link)
Colasanto. “Sclerosi multipla e Ccsvi. Zamboni a Salute24: “Terapia in nuovi centri”. Il Sole24Ore on line, 23/3/2010.

Elisa Buson

Inserito da Elisa Buson il Ven, 30/07/2010 - 14:33