Chirurgia estetica: attenzione alla bellezza low cost

Specchio, specchio delle mie brame chi è la più bella del reame? La cattiva strega di biancaneve ricorreva a sortilegi per eliminare la concorrenza pur di sentitrsi proclamare la più avvenente del regno; al giorno d’oggi sono i maghi chirurghi estetici che accolgono le richieste ed esaudiscono i sogni di donne in cerca di una bellezza da primato.

Se la richiesta di un servizio aumenta in maniera considerevole questo diventa business, sorgono sempre più aziende che lo forniscono e parte la guerra per cercare di accaparrarsi più clienti possibili. Questo è quanto succede anche per la chirurgia estetica, pratica ormai diffusa e trasversale che annovera tra i suoi adepti non solo donne, ma anche uomini, personaggi dello spettacolo, aspiranti starlet, tranquille impiegate e annoiate casalinghe.

Ma quando il fenomeno assume grandi proporzioni diventa difficilmente controllabile e i sempre più pronuciati fini di lucro possono portare a delle vere e proprie frodi.

A questo proposito una società francese produttrice di protesi mammarie la PIP (Poly Implant Prothese) lo scorso aprile è stata costretta a chiudere per aver immesso sul mercato protesi al silicone non conformi alle leggi vigenti.

L’agenzia transalpina che si occupa di vigilare sulla sicurezza dei prodotti sanitari (AFSSAPS), insospettita dagli alti tassi di rottura delle protesi PIP, ha effettuato un controllo nella sede della società. Ciò che è emerso è che, non solo le protesi in questione contenevano un gel diverso da quello ufficialmente dichiarato, ma il silicone non era stato sottoposto ad alcun test per ottenerne l’approvazione da parte delle autorità competenti.

Un gel non idoneo all’interno delle protesi potrebbe danneggiare l’involucro che lo contiene e conseguentemente fuoriuscire, questo spiegherebbe per quale motivo gli impianti PIP presentavano una frequenza di rottura doppia rispetto a quelli regolarmente approvati. Pare tra l’altro che il costo di questi dispositivi fosse particolarmente conveniente. In attesa di ulteriori analisi e accertamenti sulla pericolosità del silicone questi dispositivi sono stati subito messi al bando. In Francia ne è stata proibita la produzione e disposto il ritiro dal commercio, inoltre poichè circa il 90 per cento di queste protesi era destinata all’esportazione anche altri paesi si sono attivati per prendere provvedimenti. In Inghilterra l’associazione dei chirurghi plastici britannici (BAAPS) ha emanato un comunicato in cui invitava le donne, che si erano sottoposte a un intervento di mastoplastica additiva, a contattare il proprio chirurgo per sapere quale protesi fosse stata usata per l’intervento. Nel caso si fosse trattato di una PIP, le pazienti avrebbero dovuto eseguire un esame ecografico per verificare la presenza di rotture o cedimenti degli impianti.

Interventi simili sono stati effettuati in Australia, Svezia e anche in Italia è stato ordinato il ritiro dal mercato delle protesi PIP. Il Ministero della Sanità, con una circolare del 30 giugno, ha sollecitato gli operatori sanitari a richiamare per accertamenti diagnostici le pazienti con protesi PIP. Vengono inoltre caldeggiati i medici di famiglia a individuare quale tipo di impianto abbiano utilizzato le loro pazienti sottoposte a mastoplastica.

“Sarebbe tutto più facilmente gestibile se fosse finalmente già in funzione l’anagrafe delle protesi mammarie” sostitene Francesca Martini, sottosegretario alla sanità già da tempo sostenitrice di questo provvedimento. Il decreto legge che prevede tra l’altro anche una regolamentazione più severa per gli interventi di chirurgia estetica su minorenni è stato approvato ma non è ancora in vigore. Quando lo sarà, si avrà a disposizione un registro nazionale delle protesi mammarie che fornirà informazioni su: tipo di intervento, struttura sanitaria in cui viene eseguito, fornitore, codice e materiale delle protesi, rispettando comunque la privacy della paziente. Questo permetterà una completa tracciabilità di tutte le fasi dell’operazione consentendo di intervenire tempestivamente qualora si verificassero casi sospetti.

Regolamentare e controllare più severamente le varie pratiche di chirurgia estetica si rende sempre più necessario in un mercato globale dove sta crescendo rapidamente il cosiddetto «turismo estetico». Se si digitano queste due parole in internet subito ci si trova davanti a un’esplosione di link a siti che offrono soggiorni con intervento estetico incorporato a prezzi stracciati in vari paesi del mondo, specialmente in sudamerica e nell’est europeo, ma anche la Cina sta entrando nel business. Tutto questo grazie anche a una maggiore facilità a reperire informazioni sul web, a viaggiare, alle facilitazioni di pagamento e alla crisi che spinge anche in questo settore verso soluzioni a basso costo. Si tende però spesso a dimenticare che si tratta pur sempre di pratiche chirurgiche e che le garanzie di sicurezza igienico-sanitarie non dovrebbero mai sottostare alle leggi di mercato.

Il ricorso a interventi estetici negli ultimi anni è stato in crescente aumento anche tra donne giovani, persino minorenni. Se è vero che nel 2009, complice la crisi, il fenomeno ha subito una leggera flessione (negli USA vi è stato un calo del 9 per cento per operazioni di chirurgia plastica rispetto al 2008), è altrettanto vero che sono in aumento le pratiche estetiche meno invasive e meno costose come iniezioni di botulino, filler e peeling chimico.

Anche questi trattamenti però non sono esenti da critiche e perplessità. Un articolo pubblicato recentemente sulla rivista Emotions ha messo in luce un potenziale rischio per chi si sottopone a iniezioni di Botox rispetto a chi fa uso di un filler riempitivo. Sembrerebbe infatti che la paralisi dei muscoli facciali, efficace nell’appianare le rughe, in realtà riduca anche la risposta emotiva proprio in virtù del fatto che una limitata capacità di espressione è la causa di un ridotto feedback di stimoli al cervello. Questo confermerebbe una vecchia teoria secondo la quale l’espressione del volto può influenzare la nostra esperienza emotiva. Come a dire: sorridere fa sentire più felici e aggrottare le sopracciglia più tristi.

Questa ricerca della Columbia University di New York è ancora da tutta da verificare, ma l’inespressività di certi volti alla ricerca dell’eterna giovinezza è sotto gli occhi di tutti.

Il desiderio di migliorare anche il proprio aspetto fisico non è certo deprecabile, diventa tuttavia un obbligo per il paziente che cerca in questo modo di aumentare la propria autostima, essere informato e accorto nelle proprie scelte. Anche l’occhio vuole la sua parte, ma quando si tratta di interventi estetici meglio andarci coi piedi di piombo perchè non sempre è possibile e facile tornare indietro.

Cristina Gaviraghi

Inserito da Cristina Gaviraghi il Lun, 26/07/2010 - 22:07