La decisione condivisa non fa per tutti

Fonte
Levinson W. et al. J Gen Intern Med 2005; 20: 531

Negli ultimi anni si è registrata in medicina la tendenza a favorire la partecipazione dei pazienti alle decisioni cliniche, ma si è altresì osservato che non tutti i soggetti mostrano lo stesso interesse alla partecipazione.
Da che cosa dipendono queste differenze? Si tratta di preferenze del tutto soggettive o esistono categorie di persone predisposte alla partecipazione e categorie meno attive?

A queste domande hanno voluto dare una risposta alcuni ricercatori del Dipartimento di medicina dell’Università di Toronto (Canada) che, in collaborazione con il General Social Survey, hanno effettuato un’indagine sull’argomento. Un campione rappresentativo della popolazione nordamericana, costituito da circa 2.800 individui adulti, è stato interpellato su quale fosse il suo coinvolgimento personale nelle scelte terapeutiche. Quasi tutti gli intervistati hanno rivelato di preferire un medico aperto al dialogo e al confronto, che sappia offrire al paziente le diverse alternative terapeutiche, preoccupandosi di chiedere il parere di quest’ultimo su come procedere. Tuttavia, al momento di prendere la decisione sul da farsi, la metà dei soggetti ha ammesso di lasciare carta bianca al medico; una preferenza che sembra andare di pari passo con l’idea che sia meglio affidarsi alle conoscenze del medico piuttosto che informarsi di persona sulla malattia e sulle sue possibili cure.

Secondo lo studio, le differenze nel grado di partecipazione al processo decisionale dipendono da diversi fattori di tipo anagrafico e sociale, quali l’età, il sesso e il grado d’istruzione, ma non sono funzione del reddito. Per esempio, l’esigenza di informarsi anche con mezzi propri (internet, libri, conoscenze personali), diversi dal colloquio con il medico curante, e il desiderio di scegliere sulla base delle conoscenze personalmente acquisite sono superiori nelle persone con un certo livello di istruzione; le donne, poi, sembrano prediligere un rapporto più diretto e attivo con il medico, così come le persone al di sopra dei 45 anni d’età. Pare pertanto esistere un nesso tra attenzione e cura del proprio corpo, tipiche del sesso femminile e delle persone che «si vedono invecchiare», e partecipazione attiva alla soluzione dei problemi di salute.

Inoltre, dallo studio è emerso che anche lo stato di salute del paziente influisce sul grado di partecipazione alle decisioni terapeutiche: si è osservato che in genere soggetti che versano in condizioni gravi si affidano completamente all’esperienza e alle conoscenze del medico, lasciandogli l’onere della decisione finale.

La domanda «Dottore, cosa devo fare?», che molti pazienti hanno rivolto almeno una volta al proprio medico, apre dunque molteplici questioni. Di certo si tratta di una richiesta d’aiuto, ma dietro di essa si nascondono un’infinità di desideri e bisogni differenti. In alcuni casi la disperazione della malattia fa sì che il paziente si abbandoni alle decisioni del proprio curante, mentre altre volte il malato cerca solo un consiglio da valutare poi di persona. Quindi non sembra possibile un approccio valido per tutti: solo da un rapporto di fiducia emerge il grado di coinvolgimento nel processo decisionale a cui ciascuno è disposto.

Al malato deve essere garantito il diritto di essere informato in modo trasparente sulla diagnosi che lo riguarda e sulle cure possibili. Da parte sua il medico ha il compito di tenere conto dei valori della persona che gli sta di fronte. E’ in questo quadro complesso, in cui vanno prese in considerazione le esigenze di ognuno, che va costruito un cammino terapeutico condiviso.

Cristina Colombelli

Inserito da redazione il Ven, 24/02/2006 - 00:00