Ci vogliono anche le mamme cavia

Testare i farmaci sulle donne in gravidanza non è soltanto possibile, ma addirittura necessario. A dirlo sono tre ricercatori dell’FDA, l’agenzia statunitense del farmaco, che dalle colonne del New England Journal of Medicine sottolineano come il caso dell’influenza A-H1N1 abbia dimostrato che l’esclusione delle gravide dalla sperimentazione possa essere più pericolosa della sperimentazione stessa.

Donne dimenticate

Se ne parla da oltre vent’anni, ma le donne continuano a essere trascurate sia dalla ricerca di base sia dai trial clinici sui farmaci. Quelle col pancione, poi, sembrano essere state proprio dimenticate dai ricercatori anche se, numeri alla mano, costituiscono un vero esercito: nel mondo, ogni anno, sono 131 milioni quelle che danno alla luce un figlio.

Purtroppo, le donne in stato interessante non sono immuni dalle malattie. Come ricorda la canadese Françoise Baylis della Dalhousie University in un recente editoriale su Nature, «le donne incinte si ammalano, e le donne malate possono rimanere incinte». Secondo quanto riportato sul New England Journal of Medicine, «il 64% delle gravide statunitensi si vede prescrivere uno o più farmaci per malattie croniche o acute». Il punto è che in genere queste prescrizioni non si basano su forti prove scientifiche, portando così a conseguenze preoccupanti: «Terapie inadeguate, rischi non ben definiti ed esposizione del feto a farmaci in dosi che potrebbero addirittura non portare alcun beneficio alla salute della madre» dicono gli autori. «Insomma» continuano i ricercatori dell’FDA, «il tentativo di proteggere il feto dai rischi della sperimentazione escludendo la madre dai test espone sia la donna sia il bambino a un rischio maggiore dovuto a interventi clinici non ben studiati, e può inoltre portare alla mancanza di opzioni terapeutiche sviluppate in maniera specifica per le donne in gravidanza».

Il caso dell’influenza A-H1N1

L’esempio più lampante di questa impasse viene dalla recente pandemia influenzale, che ha colpito duramente le donne gravide. Perché il virus avrebbe causato così tanti problemi proprio alle future mamme? Il sospetto è che l’elevato tasso di complicazioni possa essere stato causato dall’uso di dosi inadeguate di antivirale, mai testato in maniera mirata sulle donne incinte.

«I farmaci antivirali - spiegano i ricercatori dell’FDA nel loro articolo - sono disponibili negli Stati Uniti da più di dieci anni e sono largamente utilizzati nelle donne incinte. Nonostante la consapevolezza che i cambiamenti fisiologici legati alla gravidanza possono alterare la loro farmacocinetica (e quindi l’assorbimento, l’utilizzo e l’eliminazione dall’organismo, ndr), gli studi di farmacocinetica non sono stati condotti di routine in questa sottopopolazione. La mancanza di questi dati - aggiungono - non porta solo a usare dosaggi non corretti e inefficaci, ma può anche accelerare lo sviluppo di resistenze ai farmaci» da parte del virus, con effetti pesantissimi per l’intera comunità.

I bambini insegnano

Per convincersi della necessità di includere le future mamme nei trial clinici, basta dare uno sguardo a quello che è accaduto in questi ultimi anni in merito alla sperimentazione sui bambini.

Anche loro a lungo «orfani» dal punto di vista terapeutico perché esclusi dalle sperimentazioni, hanno iniziato a essere considerati solo pochi anni fa grazie all’approvazione negli USA di due importanti leggi (il Best Pharmaceuticals for Children Act nel 2002 e il Pediatric Research Equity Act nel 2003). Proprio gli studi che sono stati successivamente svolti nella popolazione pediatrica hanno dimostrato che i bambini non sono piccoli adulti, e non reagiscono ai farmaci allo stesso modo. Soltanto nel biennio 2008-2009, i trial condotti sui bambini hanno portato a un centinaio di correzioni sui bugiardini per l’uso pediatrico dei farmaci.

Le linee guida del buon senso

Una volta compreso che per una donna incinta può essere più rischioso ingurgitare pillole non correttamente testate piuttosto che assumere farmaci in un trial sotto stretto controllo medico, come sostiene Baylis su Nature, bisogna pensare a come condurre queste sperimentazioni così delicate senza mettere in pericolo la salute di mamma e feto.

Per questo i ricercatori della Food and Drug Administration suggeriscono semplici linee guida basate sul buon senso. Propongono, per esempio, che le future mamme possano essere arruolate solo dopo la conclusione di adeguati studi preclinici e dopo aver raccolto sufficienti dati sulla sicurezza del farmaco anche su donne non gravide. I trial dovrebbero poi prevedere un monitoraggio della gravidanza (con ecografie e controllo dell’attività cardiaca del feto) e criteri ben precisi in base ai quali fermare la sperimentazione. Per i farmaci nuovi, inoltre, la partecipazione di donne incinte a studi clinici di fase III dovrebbe essere valutata caso per caso, e dovrebbe comportare una revisione del protocollo della sperimentazione.

Nei casi in cui l’arruolamento non venisse considerato eticamente accettabile, i ricercatori dovrebbero comunque cercare di ottenere più dati possibili sull’uso del farmaco in questione, per esempio tenendo sotto stretta osservazione le donne che già lo utilizzano.

Gli esperti della FDA concludono il loro articolo facendo un appello ai medici, a cui ricordano che «possono dare il loro contributo incoraggiando le loro pazienti gravide ad arruolarsi negli studi in modo da raccogliere informazioni preziose», sia per la loro salute sia per quella dell’intera collettività.

Bibliografia

  • Goldkind, Sahin, Gallauresi. Enrolling pregnant women in research - lessons from the H1N1 influenza pandemic. N Engl J Med 2010; 362(24): 2241-3
  • Baylis. Pregnant women deserve better. Nature 2010; 465: 689-90

Ultimo aggiornamento 23/6/2010

Elisa Buson

Inserito da Elisa Buson il Mer, 23/06/2010 - 15:55