Mamme tristi sotto tutela

Non scherzavano i ginecologi della SIGO, la Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia, quando hanno proposto un’assistenza domiciliare coatta, 24 ore su 24, a tutte le puerpere depresse. E non è neanche una di quelle dichiarazioni amplificate dalla stampa e subito smentite. Nonostante le critiche infatti insistono, i ginecologi italiani, sulle pagine dei giornali (http://www.corriere.it/salute/10_giugno_04/debac-memme-depresse-trattamento-sanitario-obbligatorio_05fe2e8a-6f9d-11df-b547-00144f02aabe.shtml) e nelle trasmissioni radiotelevisive.  Per le donne che hanno appena partorito e che manifestano i segni della depressione post partum non basta una particolare attenzione da parte del medico di base o delle famiglie o, nei casi più gravi, una cura adatta prescritta dallo psichiatra; occorre un vero e proprio Trattamento Sanitario Obbligatorio, in sigla TSO, lo stesso, per intenderci, che in base alla legge 180 sulla malattia mentale sospende i diritti dell’individuo a persona e, per proteggere il malato e chi ha vicino, consente di obbligarlo a curarsi o a restare chiuso in casa. Un provvedimento che in casi estremi si rende necessario per schizofrenici e altri psicotici gravi. Ma è davvero necessario ricorrere a tanto per le neo mamme? E’ davvero questa la situazione di una puerpera su 10, come lascia intendere il comunicato (http://www.sigo.it/Articoli.asp?Tipo=ComunicatoStampa&ID=582) della società scientifica? E davvero non ci sono possibili metodi di intervento più rispettosi della libertà individuale e, obiettivamente, più realizzabili nella pratica e meno onerosi per le povere casse della sanità?

Il copione è quello tipico del disease mongering (http://www.partecipasalute.it/cms_2/node/1210/), l’amplificatore di malattia che passa ormai come uno schiacciasassi su tutte le esperienze della vita quotidiana.

Prima di tutto si «danno i numeri», cioè si sparano cifre che attirino l’attenzione del lettore. Poco importa se contemporaneamente si trascurano le fonti di questi dati.

Nel caso specifico i ginecologi italiani infatti esordiscono dicendo che la depressione colpisce una neo-mamma su dieci, 50.000 donne ogni anno solo in Italia, per essere precisi. Come siano giunti a questa stima non è dato sapere, tanto più che non si parla di disturbi per i quali in prima battuta ci si rivolge al ginecologo. Ma il numero che colpisce di più è un altro: 1000, dicono, i casi in cui, sempre ogni anno, il figlio è in pericolo a causa delle condizioni mentali precarie di chi l’ha messo al mondo. Una valutazione ancora più arbitraria, lanciata per sfruttare l’ondata di emotività legata a recenti fatti di cronaca che hanno visto madri uccidere i propri figli, in disparati contesti.

E qui veniamo al secondo passo di ogni operazione di disease mongering che si rispetti: una volta presentata la dimensione del problema, se ne devono mostrare le catastrofiche conseguenze. E così si paventa il pericolo di infanticidio come naturale conseguenza della depressione, e, si lascia intendere,  perfino dei baby blues, quella naturale malinconia e voglia di piangere che spesso, complice qualche sbalzo ormonale, segue la gioia successiva alla nascita di un bambino. Ma l’operazione si rivela subito scorretta, perché mette insieme i casi di cronaca che riguardano veramente i neonati (che ogni anno si contano sulle dita di una mano) con quelli di donne che uccidono o si uccidono insieme con i loro figli, magari di 8 o 10 anni, spesso in situazioni particolarmente difficili per disagio o malattia. Episodi tragici legati ad altri tipi di disturbi mentali, che certamente non hanno nulla a che vedere con la depressione post partum, ma che molto hanno a che vedere con la solitudine in cui spesso si trova la donna, soprattutto se madre.

Di questo sì si dovrebbe parlare. Dove sono i papà di questi bambini? Quante delle donne che arrivano a tanto sono circondate da una rete affettuosa di parenti e amici? Quante si trovano ad affrontare da sole, senza un adeguato sostegno da parte dei servizi sociali, la malattia o la disabilità di un figlio, come in uno dei casi recenti impropriamente associati alla denuncia dei ginecologi?

Il senso di inadeguatezza a cui si fa continuamente riferimento, poi, non è provocato solo dall’altalena sbilanciata di ormoni e neurotrasmettitori, ma molto di più da una società nella quale i bambini sono quasi degli alieni, in cui si può arrivare a partorire per la prima volta, spesso oltre i 35 anni, senza aver mai tenuto in braccio un neonato, senza aver mai cambiato un pannolino al cuginetto, senza aver mai sopportato per ore il pianto disperato di un fratellino con le coliche. Una società in cui si inculca che bisogna pensare prima di tutto a se stessi, mentre l’esperienza della maternità nei primi mesi inevitabilmente prevede una donazione di tempo e attenzioni totalizzante e a senso unico.

Certo è più facile colpevolizzare la donna, o attribuirle un’etichetta di malata mentale, piuttosto che intervenire su dinamiche sociali e culturali così complesse.

Meglio sottoporre tutte le gravide e le partorienti a uno screening di massa (ed è qui, inducendo esami e cure inutili che l’operazione di disease mongering comincia ad avere un ritorno economico), per individuare tutte le potenziali assassine anche se, ammette, bontà sua, Antonio Picano, presidente dell’Associazione Strade onlus e Responsabile del progetto Rebecca per la prevenzione e il trattamento della depressione in gravidanza e nel puerperio: «La donna affetta da depressione post partum non può essere trattata come una qualsiasi criminale».

Come sempre, meglio prevenire. Ed ecco che il Progetto Rebecca (http://www.strade-onlus.it/) prevedere di passare al setaccio tutte le future mamme per individuare quelli che vengono individuati come fattori di rischio: episodi di ansia o depressione durante la gravidanza o una storia personale o familiare di depressione, precedenti casi di depressione post partum, isolamento o condizioni socioeconomiche svantaggiate o problemi con il partner. Alzi la mano chi non verrebbe etichettata come a rischio, chi non ha avuto mai tensioni col marito o almeno un parente depresso.

Ma se anche non venisse soddisfatta nessuna di queste condizioni, gli esperti del Progetto Rebecca hanno un asso nella manica: la descrizione della personalità della mamma mediante l’analisi grafologica, con la quale possono giungere alle conclusioni che desiderano.

Perché poi, una volta scatenata la caccia agli sbalzi di umore, è un attimo proporre il rimedio, vero obiettivo finale di tutta la campagna: la prescrizione di antidepressivi a pioggia.

In tutto questo per fortuna si è alzata qualche voce contraria. Alberto Siracusano, past president della Società italiana di psichiatria, ha dichiarato: «Il TSO è l’ultimo degli strumenti da applicare e richiede una situazione davvero estrema, anche perché il baby blues può durare molto tempo, fino a un anno dal parto. Questo si chiama riduzionismo terapeutico. Il vero problema è che i colleghi ginecologi prescrivono farmaci antidepressivi alle donne in attesa considerate a rischio di compiere gesti estremi. Ed è sbagliato. Bisogna creare un percorso di attenzioni».

Anche volendo sorvolare sugli aspetti etici e giuridici della proposta dei ginecologi italiani, restano poi, tutt’altro che trascurabili, quelli pratici ed economici. Come ha ben scritto Vincenzo Calia sul sito dell’Associazione Culturale Pediatri (http://www.uppa.it/articolo.php?id=58): «Dove alloggerebbe l`”operatore"? In soggiorno su un divano letto? E se la mamma degenere, approfittando di un attimo in cui l`"operatore" si assopisce agisse, in silenzio, in camera da letto?». E poi i costi: per sostenere una turnistica sulle 24 ore occorrerebbero tre infermieri impegnati a tempo pieno per almeno sei mesi. «Se ognuno di questi operatori costasse 30.000 euro l`anno» conclude il pediatra, «tutto questo ambaradam verrebbe a costare 540 milioni di euro!».

Più dei 500 milioni che i ginecologi sostengono costerebbero alla società, ogni anno, le mamme in crisi. «Come avranno calcolato il costo sociale di questo disturbo che ammonterebbe da 6.600 a 10.000 euro per ciascuna madre? Tutti farmaci? O anche visite mediche? Oppure che?» insiste il pediatra.  Insomma, un pasticcio. Anche se alla base ci fosse la buona intenzione di accendere i riflettori su una condizione, la depressione post partum, che esiste e che probabilmente è davvero spesso sottovalutata, le soluzioni proposte rischiano di essere peggio del male a cui vorrebbero porre rimedio.

Ultimo aggiornamento 22/6/2010

Roberta Villa

Inserito da Roberta Villa il Mar, 22/06/2010 - 09:38