H1N1: anche l’OMS si fa influenzare

Cohen D. WHO and the pandemic flu “conspiracies”. BMJ 2010;DOI:10.1136/bmj.c2912
Godlee F. Conflicts of interest and pandemic flu. BMJ 2010; DOI:10.1136/bmj.c2947

A un anno esatto dalla dichiarazione di pandemia influenzale H1N1 da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità –  l’11 giugno 2009, con toni giudicati allarmistici e dopo una discussa modifica dei criteri di definizione di una pandemia [link a pandemia tutto è relativo] – si riaccendono le polemiche sulla gestione dell’emergenza sanitaria.

Questa volta la denuncia proviene da un’inchiesta congiunta del British Medical Journal e del Bureau of Investigative Journalism di Londra e l’atto di accusa è rivolto alla stessa OMS.

Alle note contestazioni e riserve sull’appropriatezza degli interventi messi in atto lo scorso inverno per fronteggiare la nuova influenza, già ampiamente trattati da Partecipasalute [link a H1N1 tra miti e realtà/Garattini e a Farmaci per l’influenza nella bufera], si aggiungono ora ombre sul comportamento dell’OMS.

Gli autori dell’inchiesta affermano che molti degli esperti interpellati si trovavano  in una pesante posizione di conflitto di interessi. Per esempio, hanno svolto un ruolo parallelo di consulenti dell’agenzia dell’ONU e dell’industria farmaceutica, ricevendone compensi, sui farmaci antivirali. Nel 2003 l’OMS aveva stabilito le regole per gestire il conflitto di interesse, stabilendo che chi aveva avuto incarico dalle aziende farmaceutiche non potesse ispirare linee guida e documenti di indirizzo con i propri pareri. Di queste incompatibilità di posizioni non si è tenuto conto nel caso dell’influenza A H1N1.

Fin qui la posizione dell’OMS e dei consulenti è difendibile perché è praticamente impossibile trovare su una materia così specialistica figure mai interpellate dall’industria e nello stesso tempo competenti.

Ma quello che viene rimproverato all’OMS, e lì gli argomenti a difesa sono più deboli, è la mancanza di trasparenza. Uno dei processi decisionali più opachi è la creazione nel 2009 di un comitato per l’emergenza influenzale di composizione nota solo all’interno dell’OMS. Che difende l’anonimato dei 16 membri come strumento per proteggerli, appunto, da indebite pressioni esterne; la tesi degli autori dell’indagine, che  citano nomi e cognomi e fanno anche i conti in tasca sulle attività di consulenza, è del tutto diversa.

Alcuni esperti, intervistati, ammettono la partecipazione al comitato si dichiarano a posto in quanto hanno firmato le dichiarazioni di conflitto di interesse e hanno rispettato le regole stabilite dall’OMS.

La reazione di quest’ultima è contraddittoria: da una parte ribadisce il proprio impegno alla trasparenza, dall’altra rifiuta le richieste di chiarimenti e infine nega la possibilità di un’interferenza dell’industria sulle decisioni prese e sulle consulenze ricevute. E definisce per bocca del suo direttore generale Margaret Chan tutta la vicenda una cospirazione.

Sarà anche vero che criticare a posteriori, quando l’allarme è passato, è troppo facile, ma l’aspetto che sconcerta è la distanza tra le attese e la realtà. Non si è trattato di sbagliare le stime dei decessi e dei casi di malattia del doppio o della metà, ma di un errore di vari ordini di grandezza (in Italia erano previsti 60.000 decessi, se ne sono verificati 228). Questo non dovrebbe succedere se le valutazioni sono affidate a esperti e condotte con rigore scientifico. E se poi l’assoluta novità del contesto determinasse ampi margini di incertezza, la comunicazione del rischio dovrebbe adeguarsi a tanta imprevedibilità. Cosa che non è avvenuta, secondo il BMJ, in quanto l’influenza è stata venduta (e con essa i farmaci) come un flagello e le stime catastrofiche di 2 miliardi di casi sono state ribadite anche una volta conclusasi la stagione invernale in Australia e Nuova Zelanda, quando cioè si erano davvero verificate 2 casi di malattia ogni 1.000 previsti. 

E, sempre secondo gli autori dell’inchiesta, si potrebbe rileggere con occhio smaliziato tutta la strategia OMS dell’ultimo decennio sul piano pandemico (Pandemic Preparedness Planning), del quale l’evento nuova influenza rappresenterebbe l’acuto finale. 

Ancora una volta gli stessi nomi degli esperti in conflitto ricorrono sia negli elenchi dei consulenti delle aziende produttrici sia tra gli autori delle linee guide OMS che consigliano di stoccare (acquistare) in anticipo farmaci antivirali e vaccini in quantità adeguate alla numerosità della popolazione esposta (in pratica tutto il pianeta).

Come sostiene Fiona Godlee, direttore editoriale del BMJ, che dalle pagine della rivista ha sempre assunto posizioni molto nette sulla gestione dell’influenza e nei mesi scorsi ha costantemente preteso trasparenza (titolando in piena pandemia We want raw data, now) non ci si può accontentare del fatto che l’influenza si sia rivelata un “petardo bagnato”. Nel trarre un respiro di sollievo per il mancato verificarsi degli scenari più drammatici, non si può distogliere lo sguardo dalle ingenti scorte  di farmaci (vaccini e antivirali) accumulate dalle autorità sanitarie nazionali. Che si è tradotta in spese sanitarie rilevanti, magari sottratte a voci con priorità maggiori e a fronte degli utili astronomici delle case farmaceutiche.

Ma anche quando farmaci e vaccini sono stati somministrati c’è da chiedersi se non ne sia stato fatto un impiego troppo generoso, sempre per sollecitazioni interessate. E si sa che qualunque medicinale associa alle azioni farmacologiche anche effetti indesiderati. Tra l’altro il vaccino era stato messo a punto e sperimentato in tempi veramente ristretti. 

Non per niente il Consiglio d’Europa, il senato francese e il Gabinetto del Regno Unito  hanno nei giorni scorsi avviato inchieste sulla gestione della crisi da influenza A/H1N1.  Non è da escludere che le conclusioni possano intaccare la credibilità dell’OMS.

Ultimo aggiornamento 11/6/2010

Maria Rosa Valetto

Inserito da Maria Rosa Valetto il Ven, 11/06/2010 - 08:29