La mortalità infantile nel mondo si riduce, ma non si sa bene il perché

Rajaratnam JK, Marcus JR, et al. Neonatal, postneonatal, childhood, and under-5 mortality for 187 countries, 1970–2010: a systematic analysis of progress towards Millennium Development Goal 4. Lancet 2010; DOI:10.1016/S0140-6736(10)60703-9.

La buona notizia è che nel mondo muoiono sempre meno bambini sotto i 5 anni di età e si riferisce a un’analisi dell’Institute for Health Metrics and Evaluation dell’università di Washington, per inciso finanziata dalla Fondazione Bill & Melinda Gates. Questo studio aggiorna una precedente stima dell’UNICEF riferita al 2008 (http://www.childmortality.org/cmeMain.html e http://esa.un.org/unpp/) e ha adottato un nuovo sistema di calcolo statistico ritenuto più preciso con cui ha effettuato una revisione dei dati disponibili scegliendo tre anni di riferimento: 1970, 1990 e 2010.

I nuovi calcoli riservano molte sorprese, per la maggior parte favorevoli e nella direzione del Millennium Development Goal 4 (MDG 4), l’impegno di sviluppo delle Nazioni Unite condiviso da 191 Stati membri, a ridurre di due terzi la mortalità dei bambini al di sotto dei cinque anni tra il 1990 e 2015. Ma non per tutti i numeri pubblicati nello studio è possibile trovare un’interpretazione plausibile.

Innanzitutto la riduzione della mortalità infantile avrebbe un andamento più rapido del previsto, dai 16 milioni nel 1970, agli 11,9 milioni nel 1990 ai 7,7 milioni nel 2010. Dalle stime del 2008 (7,95 milioni secondo lo studio attuale e 8,77 milioni secondo i calcoli dell’UNICEF) emerge una differenza di 820.000 decessi che non può che essere motivo di soddisfazione se fosse sicura.

Una prima fonte di incertezza deriva dalla qualità dei dati epidemiologici di partenza. Provengono da 187 nazioni, alcune con sistemi di anagrafe e di sorveglianza sanitaria poco sviluppati e inaffidabili. Per ottenere i dati di mortalità i ricercatori hanno inserito nel database le informazioni di circa 800 indagini epidemiologiche e oltre 16.000 indicatori di mortalità. Si capisce subito che l’elaborazione di dati così complessi aumenta la possibilità che i numeri stimati si discostino dai valori reali. Gli autori stessi riconoscono inoltre che i modelli matematici utilizzati tendono a essere conservativi, cioè a sottostimare una riduzione che tende ad accelerare. Questo è proprio il caso della mortalità infantile rispetto alla quale dire che ha un decremento medio annuale del 2% è vero, ma poco corretto perché la discesa è molto più sensibile negli ultimi tempi. La precedente valutazione aveva infatti evidenziato che meno di un quarto delle nazioni era sulla strada giusta per raggiungere l’MDG 4. Ora i dati sembrerebbero indicare che qualcosa (e sarebbe importante capire quale o quali cose) abbia impresso un’accelerazione verso questo traguardo.  Le ipotesi sono tante, ma ci si ferma appunto a delle ipotesi.

Dal momento che la mortalità infantile colpisce soprattutto le nazioni in via di sviluppo (il 33% dei decessi si registra nell’Asia meridionale e il 49,6% nell’Africa subsahariana) ci si orienta verso le iniziative perseguite con maggior vigore (la diffusione dell’uso delle zanzariere, le campagne vaccinali e la somministrazione di vitamine) e si considerano le principali cause di morte prevenibili (diarrea, polmonite e malaria).

Ma non sempre si trova una corrispondenza tra sforzi prodotti e benefici ottenuti e la crescita economica di alcune nazioni non è stata così sostenuta da giustificare il regresso della mortalità infantile.

Un’ulteriore ipotesi, anch’essa tutta da verificare, è che si stia attenuando il peso dell’infezione da HIV/AIDS sulla mortalità infantile dopo un picco dovuto alla diffusione epidemica del virus negli anni scorsi.

Un altro aspetto curioso è la situazione dei paesi industrializzati. Se è vero che contribuiscono ai decessi nei primi 5 anni di vita solo per l’1%, molti sono ancora in cammino per raggiungere l’obiettivo MDG 4 che corrisponde a una riduzione del 4,4% su base annua nel periodo 1990-2010. Stupisce la posizione del Regno Unito, anche in considerazione della consolidata tradizione del suo sistema sanitario, scivolato al 33° posto nella classifica mondiale con la mortalità infantile più alta nell’Europa occidentale (5,3 decessi per 1.000 nati) nonostante si sia ridotta del 75% dal 1970 e di quasi il 50% dal 1990. Anche gli Stati Uniti, quarantaduesimi con 74 decessi ogni 1.000 nascite, non occupano una posizione adeguata al prestigio della nazione, ma sono note le storiche  diseguaglianze del sistema socio-sanitario nazionale in vigore fino a pochi mesi fa.

Maria Rosa Valetto

Inserito da Maria Rosa Valetto il Gio, 23/09/2010 - 13:38