Allergie alimentari: tante idee, ma confuse

Schneider Chafen JJ, Newberry SJ, et al. Diagnosing and managing common food allergies. A systematic review. JAMA 2010; 303:1848-56.

Che  il problema delle allergie alimentari condizioni pesantemente  la dieta di molti a partire dall’infanzia, metta in ansia le famiglie e complichi la gestione delle mense scolastiche è sicuro. Ma le certezze si fermano qui. Perché quando si tenta di definire quanti ne soffrano davvero e come si faccia una diagnosi corretta, come si prevengano, se mai possibile, o come si evitino, quale sia il loro legame con condizioni allergici gravi e pericolose, per esempio lo shock anafilattico, le conoscenze mediche non forniscono un valido aiuto.

Se ne sono accorti i ricercatori statunitensi che hanno condotto una revisione sistematica, sotto la supervisione del National Institute of Allergy and Infectious Disease e con la finalità di raccogliere informazioni per la stesura di linee guida da utilizzare nella pratica clinica.  

Il terreno si è rivelato subito scivoloso, allorché hanno verificato che non esiste una definizione condivisa dalla comunità scientifica di “allergie alimentari”, contrariamente a quanto avviene per la maggior parte delle malattie. Ciò si è immediatamente riflesso nella difficoltà a identificare nei principali archivi della letteratura scientifica gli studi pubblicati sull’argomento ricorrendo a quei pochi ma inequivocabili termini, le cosiddette parole chiave, che in genere consentono di selezionare gli articoli di interesse. Hanno infatti individuato nell’arco di circa un ventennio (1988-2009) oltre 12.000 titoli pertinenti tra cui 1.216 revisioni, decisamente troppi da analizzare a uno a uno con il rigore necessario. Solo restringendo il criterio di selezione alle allergie alimentari più comuni (latte di mucca, uovo, arachidi, nocciole, pesce e crostacei) si è giunti a un numero sostenibile, 72 tra studi clinici e metanalisi.

Conclusa la fase di selezione, anche quella di analisi ha riservato risultati piuttosto deludenti e non ha consentito di rispondere a nessuna delle domande di partenza.

La frequenza delle allergie alimentari resta indefinita o meglio si colloca in un intervallo di tra più dell'1-2% a meno del 10%, un po' troppo ampio per essere indicativo. La ragione di una tale imprecisione dipende dal fatto che la storia di un’allergia alimentare può essere autoriferita o diagnosticata sulla base dei test allergologici. Nel primo caso la frequenza è probabilmente sovrastimata, giunge al 3,5% per l'allergia al latte vaccino e all'1,3% per le uova; nel secondo caso é sottostimata per i limiti che, come si dirà, anche i test diagnostici possono avere. Sovrastima o sottostima, non giovano entrambe alla salute di un “probabile allergico”. Infatti, si pensa che solo la metà delle persone con sintomi aspecifici di allergia alimentare ne soffra davvero, mentre l’altra metà si sottoponga a restrizioni dietetiche  fastidiose, e in età pediatrica anche limitanti la quantità e la qualità degli alimenti utili per la crescita. D’altra parte una mancata diagnosi può erroneamente diffondere la sensazione che le allergie alimentari siano una condizione medica di scarso rilievo. Tanta incertezza non consente neppure di stabilire se la condizione sia in aumento, come si sostiene da più parti. Potrebbe trattarsi sono di un'aumentata consapevolezza e di una maggiore attenzione al fenomeno o a percorsi diagnostici diversi rispetto a un tempo.

Con la diagnosi si apre un altro capitolo poco definito. I 18 studi identificati dalla revisione su questo specifico aspetto, molti di qualità metodologica non eccellente e tutti su pazienti pediatrici, non hanno dimostrato la superiorità di alcuno dei test utilizzati nella pratica clinica, i cui nomi sono ben noti a chi si sia dovuto confrontare personalmente con il problema (skin-prick test, dosaggio delle IgE nel siero, test di scatenamento controllato con placebo).

Altrettanto vaghi sono i dati sulla terapia. I 25 studi individuati si disperdono su 7 differenti strategie di trattamento. Tra queste, alla dieta di eliminazione (in estrema sintesi l’abolizione di una serie di alimenti sospetti al fine di giungere alla diagnosi e migliorare la sintomatologia) era dedicato un solo studio, ma mirato alle forme allergiche cutanee. Mentre i 7 studi che si riferivano all'immunoterapia non consentivano di stabilire se essa garantisse risultati a lungo termine.

Anche per un ultimo punto oggetto di indagine, gli effetti del latte artificiale idrolisato (a basso contenuto di proteine allergizzanti) sulla intolleranza al latte vaccino nei lattanti, non si è raggiunta alcuna conclusione.

L’impatto di un sospetto di allergia alimentare sulla salute e sulla qualità della vita richiederebbe qualche idea chiara in più.

Ultimo aggiornamento 8/6/2010

Maria Rosa Valetto

Inserito da Maria Rosa Valetto il Mar, 08/06/2010 - 21:31