Anamnesi familiare: rito o buona pratica?

Fonte
Wilson BJ, Qureshi N, et al. Systematic review: family history in risk assessment for common diseases. Ann Intern Med 2009;151:878-85.
Berg AO, Baird MA, et al. National Institutes of Health State-of-the-Science Conference Statement: Family history and improving health. Ann Intern Med 2009;151:872-7.

Nel primo incontro tra un paziente e un medico è immancabile una serie di domande sulle storia personale e familiare di malattia, insieme alla visita. I due momenti, anche indicati con i termini di anamnesi ed esame obiettivo, sono stati insegnati ai medici di ogni generazione, probabilmente fin dalle origini della medicina stessa. Si tratta di grandi classici che progressi scientifici e innovazioni tecnologiche non hanno abolito né modificato, anche perché sono gli unici elementi della valutazione clinica che non richiedono altri mezzi e strumenti se non il dialogo e la reciproca comprensione tra curante e curato e alcune manovre, esse pure di pluridecennale tradizione, che impegnano la manualità del sanitario e al massimo richiedono uno stetoscopio e uno sfigmomanometro, strumenti ormai storici anch'essi.

Ma al di là del rispetto di una consuetudine consolidata, nessuno ha mai verificato se la raccolta dell'anamnesi familiare rappresenti un utile contribuito alla valutazione del rischio e alla gestione del singolo paziente. Una recente revisione condotta presso Università britanniche e canadesi e pubblicata sugli Annals of Internal Medicine si è posta la domanda, senza giungere però a conclusioni definitive.

Infatti il tentativo di selezionare la letteratura scientifica che avesse analizzato l'impatto della storia familiare sugli interventi medici o la relazione tra i dati riportati e la reale frequenza di malattia nel paziente, ha deluso le aspettative e identificato pochi studi di cattiva qualità metodologica. Come se nonostante una prassi decennale, se non secolare, di raccolta dell'anamnesi, nessuno si sia mai preoccupato di verificarne la validità. E alla fine il quesito dei ricercatori non ha trovato risposta.  E' risultato soltanto che in genere i pazienti sono in grado di riferire con maggiore precisione l'assenza di una malattia nei consanguinei (anamnesi familiare negativa) piuttosto che la sua presenza (anamnesi familiare positiva), il che non è di grande aiuto per la definizione di un rischio specifico, e la loro memoria storica si ferma ai parenti di primo grado, fatto anche questo insufficiente rispetto alla modalità di trasmissione nel gentilizio della maggior parte delle condizioni patologiche.

Dalla revisione emerge un unico elemento di novità, ma non a favore: la raccolta della storia familiare genera ansia, per quanto transitoria e a breve, in una discreta quota di pazienti.

Maria Rosa Valetto

Inserito da Maria Rosa Valetto il Mer, 24/02/2010 - 18:31